«Y sigo dándole gracias a la vida por poder compartir 17 años a tu lado. T’estimo Papa!». Tradotto, «e continuo a ringraziar la vita per aver potuto condividere 17 anni con te». Toccanti le ultime parole di un figlio al funerale del padre, parole esalate dalle corde vocali lacrimanti di pianto nella gola di un giovanotto imberbe che di lì a poco avrebbe varcato la soglia della maggior età privo del riferimento genitoriale paterno. Venerdì 25 aprile 2014, una ricaduta tumorale alla ghiandola parotide portò alla prematura scomparsa di Tito Vilanova, all’epoca allenatore del Barcellona con un passato di successi in qualità di vice di Pep Guardiola e un presente diviso tra la Catalogna e gli Stati Uniti, laddove le ultime residue speranze di una nuova guarigione s’erano progressivamente spente. Il riserbo della famiglia aveva fatto trapelar la gravità delle condizioni di salute di Tito solo qualche giorno prima del decesso, malgrado la comun speranza di un’emulazione di quanto avvenuto con Abidal e la duplice battaglia vinta sul cancro. Per il 17enne Adriá, nato l’11 gennaio 1997 a Barcellona, l’ultimo saluto al genitore sarebbe coinciso pure con un grande rimpianto ineluttabile. Quello, cioè, di non esser stato visto da Tito con la maglia del Barça.

Nella cattedrale di Barcellona, il 29 aprile 2014, insieme alla madre Montse Chaure e la sorella Charlotte, ai tempi 20enne studentessa di diritto, Adriá fu il primo ad arrivare: «Siempre has sido mi ejemplo y lucharé hasta el final con seny pit i collons». Di quel discorso, l’espressione «seny, pit i collons» si sarebbe cristallizzata nell’immaginario popolare come il simbolo dell’orgoglio catalano pulsante in tre differenti organi: testa, cuore, attributi. Segnato dal lutto, il secondogenito maschio di Tito raccontò di aver faticato molto a elaborare il lutto ma – allo stesso tempo – di essersi servito dei numerosi viaggi: L’Escala – vicino a Girona dove i genitori di Tito hanno una casa e gestiscono una cantina – poi Sant Martí d’Empúries – le spiagge preferite del padre – e infine, tra giugno e luglio di quell’anno, la Tanzania. Tra il relax e le escursioni a osservar gli animali della zona, Adriá riuscì a metabolizzare una scomparsa che l’aveva segnato. Il 20 aprile 2014 aveva scelto di disattivare il suo account Twitter, proprio perché pullulo di foto col padre.

È stato poi scritto molto sulla scelta presa nell’estate 2017 da Vilanova junior circa un addio ai colori blaugrana. Colpa di un contratto scaduto, di un tecnico che lo faceva giocar pochi minuti (Gerard López), di una Masia lasciata dopo diec’anni di formazione nella FCB Escola per via di un’insoddisfazione di fondo: «Non solo ho dovuto sopportare di esser separato in casa a Barcellona, ma pure un processo continuo essendo figlio di Tito. Quando mio padre era il primo o secondo allenatore del Barça mi dicevano che ero al club per lui». Con forza e intraprendenza, Adriá si trasferì nell’estate 2017 all’Hércules, ad Alicante, dove trovò uno spogliatoio pronto ad accoglierlo. S’era raccontato partendo dalle origini («El legado de mi padre es la confianza en La Masia», dunque «l’eredità di mio padre è la fiducia nella Masia»), spiegando come la primavera 2014 – quando militava nella Juvenil B – l’avesse segnato più di ogni altra cosa ma che allo stesso tempo sarebbe servito andare avanti. Da Alicante s’è trasferito al Maiorca B, poi il 31 dicembre 2018 ha chiuso l’anno con un trasferimento per certi versi orchestrato dal destino. Il nome di Vilanova è finito nella lista acquisti dell’Andorra, attualmente in terza divisione del campionato catalano ma col dichiarato obiettivo di centrar la promozione in primavera. Non sarebbe così rumoroso il suo approdo nel Tricolor di Andorra la Vella se fosse che il presidente della squadra è Gerard Piqué, il difensore del Barcellona che il 28 dicembre – stando a quanto trapelato sulle colonne del Diari d’Andorra – ha preso il comando della società col gruppo Kosmos da lui presieduto insieme all’imprenditore Hiroshi Mitikani, proprietario di Rakuten.

Il futuro per Adriá è chiaro. E dopo, per sua stessa ammissione, non perderà un secondo: «Voglio diventare un allenatore, magari nel Barça cominciando coi bambini e sempre più su, seguendo la filosofia di mio padre». Sulle orme di Tito, cui Marca tributò «Tu lucha fue una lección». Involvidable y triunfador, Tito. Come quella promessa strappata a Leo Messi sul letto di morte, dietro la quale secondo Hank ten Cate starebbe il motivo della permanenza delll’argentino in Catalogna. L’ultimo regalo di Tito. Un’eredità per il giovane Adriá.