Il Barcellona alle solite: in Liga domina, in Europa trova un modo umiliante per uscire. L’era Valverde ha questo triste comune denominatore, una sorta di monopolizzazione del campionato nazionale ma una sorprendente fragilità europea, dovuta a cause più psicologiche che tecniche. Perché dominare la Liga è tutt’altro che semplice: la concorrenza è in parte la stessa che si ritrova in Europa, eppure quelli che vengono sconfitti regolarmente nelle 38 giornate, hanno vinto di più negli ultimi anni rispetto ai blaugrana fuori dai confini nazionali.

Sembra un paradosso ma è così, una squadra che vince 8 volte su 11 un campionato in cui ci sono anche Real e Atlético, in Europa è a secco da quattro anni ed è reduce da due delle eliminazioni più stupide e umilianti della sua gloriosa storia. La rimonta del Liverpool è un tremendo aggravante, perché va a replicare quanto accaduto a Roma un anno fa, facendo capire che quella sconfitta è stata tutt’altro che un caso. Succede una volta nella vita si pensava, e invece non è così. La convinzione era che una notte i luna storta avesse impedito al Barcellona di incamminarsi verso le semifinali dell’anno scorso, ma che una volta riordinate le idee errori del genere non sarebbero stati più commessi.

E invece no, un anno dopo si è tornati al punto di inizio pagina. Valverde non ha imparato dal passato, non è riuscito a trasmettere quella concentrazione necessaria alla propria squadra per poter gestire un risultato. Sembra quasi che il Barcellona debba avere un vantaggio più esiguo per poter rimanere meglio in partita, invece che rilassarsi sui propri gol. Ancora una volta spavaldi, sazi, arroganti, incapaci di togliere agli avversari le speranze quando sarebbe bastata solamente dell’applicazione in più.

Due indizi fanno una prova e il Barcellona di Valverde in Champions League non può più dare sicurezze, neanche con le goleade all’andata: ecco perché va messa in discussione la posizione dell’allenatore ex Athletic, capace di costruire in due anni una squadra perfetta per il campionato ma troppo dipendente dalle giocate di Messi. Difficile non esserlo, è vero, lo ha spesso ribadito anche Sampaoli con l’Argentina che quando si ha uno come lui è normale affidargli la squadra, ma il suo lasciare il destino interamente nei piedi del 10 in alcuni casi può non risultare decisivo. Tanto che Messi ad Anfield ha giocato una buona partita, ma nei tre momenti in cui ha mandato in porta i propri compagni di squadra, loro hanno fallito.

Ed è normale che si parli già di futuro, di un’altra guida: inevitabile dopo la replica perfetta della notte dell’Olimpico, inevitabile parlare di Ten Haag dopo aver visto un Ajax di giovani giocare da Barcellona. Al Camp Nou gli olandesi hanno cambiato e riscritto la storia del club, da Michels a Cruijff, da Overmars a Kluivert, una tradizione che adesso il tifo chiede di rinnovare.