Esistono due modi per diventare leggende del Wolfsburg e avere una sorta di credito illimitato verso il club, i tifosi e la città: dedicare gran parte della propria vita e carriera alla squadra (e magari meritarsi l’appellativo di ‘Fußballgott’, dio del calcio), oppure aver fatto parte della squadra che nel 2009 ha vinto la Bundesliga contro ogni pronostico. Andrea Barzagli ha scelto la seconda via, perché a un certo punto la città della Volkswagen è iniziata a stargli stretta. Così ha scritto pagine di storia con la Juventus. Eppure quell’esperienza in Germania è stata fondamentale per il suo percorso.

Se Barzagli è diventato il giocatore che è oggi, tanto lo deve a quei 30 mesi trascorsi con i ‘lupi’. Per sua stessa ammissione, fu pagato molto più del suo valore reale: 14 milioni di euro nel 2008 non erano ‘pochi’ come lo sono ora. E anche con un discreto ingaggio, a sentire il giocatore. Arrivò per prendere posto in una difesa che vedeva in Madlung e Ricardo Costa delle certezze, più il giovane Simunek in rampa di lancio. Non proprio una difesa da titolo, e infatti la squadra gravitava poco sopra la metà della classifica.

L’allora 27enne accettò l’offerta nonostante fosse sconsigliato da Lippi, allora CT della Nazionale, che lo convocò soltanto una volta per poi non chiamarlo più durante tutta l’esperienza tedesca. Nemmeno lui immaginava che sarebbe stata una doppia svolta nella carriera di quello che è stato uno dei migliori centrali del mondo nel decennio in corso.

Barzagli al primo anno vinse il Meisterschale, risultando a fine stagione l’unico sempre presente in campo, senza saltare nemmeno in minuto: 3060 minuti giocati su 3060 totali. Gli bastò questo per entrare nel cuore di tutti i tifosi del Wolfsburg, verso i quali godrà sempre di un credito illimitato. Nonostante una cessione non proprio tranquilla nel 2011, richiesta dallo stesso giocatore e chiusa per una simbolica cifra di 300mila euro. Difficile comunque biasimarlo, specialmente con il senno di poi.

94 presenze totali con i ‘lupi’, una Bundesliga vinta, ma soprattutto una preparazione che, anche a ridosso dei 30 anni, gli ha permesso di cambiare totalmente verso alla sua carriera. Anche da campione del mondo (a sorpresa). L’inquadratura migliore su quell’esperienza l’ha data lo stesso diretto interessato, parlando di Felix Magath, l’allenatore del titolo del 2009.

“Felix Magath fu decisivo. Io mi gestivo. mi allenavo al 70%-80%, loro al 100%. Non la prendevo mai. Da lì ho cambiato il modo di allenarmi, sempre al 100%. Una volta mi fece correre in salita con Madlung sulle spalle, un metro e 93 per 90 kg”.

Così è diventato prima una colonna dei ‘lupi’, poi della Juventus più vincente di sempre, sia con Conte che con Allegri. Tutto grazie a uno che alla Juventus ha tolto una Champions League nel 1983. Un paradosso, così come passare dalla lotta salvezza in Bundesliga al primo di 8 titoli in Serie A nel giro di un anno e mezzo.

L’ottavo è stato l’ultimo, visto il ritiro annunciato tra le lacrime. Per lui si ora si profila una carriera da allenatore e in Germania, dove i giovani tecnici vengono spesso premiati da subito. Chissà che Jörg Schmadtke, uno difficile a cui bisogna andare a genio, non possa pensare di richiamarlo. Di certo dal pubblico di Wolfsburg riceverà soltanto un grande applauso. Come quello con cui l’Allianz Stadium ha salutato la sua carriera da calciatore, che in Sassonia ha subito una vera e propria svolta positiva.