Pubblico oltraggio al quieto vivere, nei quartieri settentrionali di Londra. Vagonate di #EmeryOut, la scoperta di un like galeotto piazzato da Mesut Özil a un commento contestante il mister spagnolo, uno spogliatoio nervoso come testimoniato dal fallo di reazione con cui Lacazette s’è fatto espellere all’85’. A molti, la sconfitta dell’Arsenal in Bielorussia ha ricordato l’imbarazzante 1-2 con cui – il 15 febbraio 2018 – l’Östersunds FK uscì dall’Emirates vincitore. L’ironia pungente è la medesima (e se BATE fosse l’acronimo di «Beating Arsenal’s Too Easy»?), i Gunners ridotti in dieci uomini, leziosi e svogliati, battuti da una squadra bielorussa costata 200mila euro e che aveva giocato la sua ultima gara ufficiale due mesi prima. Mai prima di giovedì il BATE aveva vinto una gara ad eliminazione diretta in un torneo europeo, ed è questo quello che fa più male. Ancor più del vedere Hleb e compagni festeggiare la mattina dopo facendo colazione al Burger King, immortalati da Charles Watts alle otto del mattino. Così si spiegano i commenti del tipo «who the f*ck are BATE and how the f*ck have we just lost to them? What is this insanity?». Ancora: «Arsenal really love giving small teams the greatest night in their history don’t they?».

Un risultato del genere è incomprensibile alla luce del fatto che il 28 settembre 2017, sempre a Borisov, l’Arsenal s’impose 2-4 (doppietta di Walcott, Holding e gol numero 100 in maglia Gunners per Giroud). Wenger propose un undici sperimentale, così come quello che l’8 dicembre dello stesso anno sconfisse al ritorno i bielorussi con un mastodontico 6-0. Sono quattro calciatori del BATE ad aver giocato quei due incontri e quello di giovedì sera: Scherbitski, Rios, Stasevich e il 30enne centrocampista Stanislav Dragun, nato a Minsk e autore del gol decisivo. L’Arsenal era pure partito benino ma non sfruttò un paio d’occasioni (Lacazette, Mkhitaryan) forse per via del freddo. Vero che l’Arena Borisov e le temperature gelide non fossero propriamente un alleato, tuttavia lo stesso Emery in conferenza stampa s’era detto preparato: «Abbiamo giocato contro il Vorskla a Kiev quando era sotto lo zero e nevicava, non è una scusa per noi il tempo o il campo, giochiamo 90 minuti che sono uguali per loro e per noi».

Inoltre va detto però che il BATE non è propriamente una sorpresa. L’8 novembre scorso il Chelsea s’impose in Bielorussia solo grazie a un gol di Giroud al 53’: l’attaccante francese terminò un digiuno di 794’ ma quella sera Kepa fu decisivo su Signevich e Aleksei Rios si divorò letteralmente un gol. A fine partita Sarri ammise «avrebbero potuto pareggiarla, hanno giocato molto bene». Ancora, martedì 25 settembre 2015 due reti del terzino sinistro Filip Mladenovic e un tap in del capitano Igor Stasevich regalarono al BATE un ottimo 3-2 sulla Roma in Champions League, nel raggruppamento comprendente pure Barcellona e Bayer Leverkusen. I giallorossi vennero sorpresi, risalirono la china nella ripresa con Gervinho e Torosidis ma non bastò. Il 4 ottobre 2012 poi il piccolo BATE ottenne un 3-1 casalingo nientemeno che sul Bayern Monaco finalista perdente dell’edizione precedente: «Dobbiamo esser nati sotto una buona stella – dichiarò un estasiato Viktor Goncharenko – non riesco a trovar le parole per esprimere la mia gratitudine a tutti».

Fu la prima volta in cui il ФК БАТЭ (nato come “Impianto elettrico per automobili e trattori di Borisov”, secondo una traduzione raffazzonata che però restituisce il senso della tradizione rurale bielorussa) si mise in mostra. La città industriale popolata da circa 150mila persone aveva assistito a una massiccia rifondazione nel 1996, nel 1998 fu promossa in prima serie e nel 1999 vinse il suo primo campionato. Di qui sarebbe volato sull’onda lunga di una generazione d’oro, tipicamente identificata nell’idolo locale Aleksandr Paŭlavič Hleb ma pure in Yuri Zhevnov e Vitali Kutuzov. Il BATE divenne nel 2008/09 la prima bielorussa nella storia a raggiungere la fase a gironi di Champions League. Goncharenko a 31 anni registrò il record come più giovane allenatore approdato a quel livello e coronò il sogno del padre – scomparso nel 1993 a causa dei postumi del disastro nucleare di Chernobyl – che tanto l’aveva spinto a cercar fortuna nel calcio. E mercoledì 19 settembre 2012 ottenne un risultato niente male, un impressionante 3-1 sul Lille di Rudi Garcia, firmato Volodko, Rodionov e Olekhnovich, grazie a «carattere, pazienza, opportunismo». E pensare che il Milan aveva incontrato il BATE ancor prima, mercoledì 19 ottobre 2011, quando a San Siro fu 2-0 (Ibrahimović, Boateng). Meglio per i rossoneri.