Aveva 23 anni, Vladimír Weiss, quando il 2 luglio 2012 si trasferì al Pescara, pagato 1,8 milioni per acquisirne le prestazioni a titolo definitivo, con un contratto annuale e l’obbligo di rinnovo in caso di salvezza. L’ala slovacca nata a Bratislava incarnava quell’elemento tutto pepe e fantasia con cui amalgamare una rosa asciutta: sì, restava mister Zeman che tanto bene aveva fatto nella Serie B precedente, ma i talenti più fulgidi s’erano trasferiti altrove: Verratti a Parigi, Immobile al Genoa e Insigne al Napoli. Il Delfino era un gigantesco miscuglio di calciatori, eterogeneo e incostante, tanto da comprendere 52 elementi nella sola stagione 2012/13. Tredici erano solo gli attaccanti: Maniero e Abbruscato, Jonathas e Ante Vukušić, Sforzini e Caraglio, Sculli e Caprari, Ragusa, Celik e Di Francesco. «Per me è stato difficile lasciare il Manchester City – s’era presentato spavaldamente Weiss, che di quel Pescara sarebbe stato la stella – ma con Mancini non avevo possibilità, non mi ha mai dato una chance». Vladimír faceva parte della scuderia di Mino Raiola, cui era stato presentato probabilmente da Pavel Nedved: «Ho firmato per un solo anno, voglio essere libero di scegliere se le cose non dovessero andar bene. Ma a me piace qui, a partire dalla gente, che non è stressata».

S’era raccontato in un’intervista a Sportweek, in cui erano emersi tutti i suoi spigoli caratteriali, i ritardi agli allenamenti, la fama di simulatore, l’immagine di ribelle tatuato, il carattere difficile, l’amicizia con Ibrahimović e la passione per i cani, il tatuaggio “9.8.92” sulla zona latero-cervicale destra del capo, sotto all’orecchio. Arrivava a Pescara dopo due anni e mezzo in cui aveva girato l’Europa in lungo e in largo: Bolton, Rangers, Espanyol, lasciata Manchester con sole quattro presenze in prima squadra, di cui una sola in Premier League sotto la gestione Hughes (il 24 maggio 2009, 19′ da subentrato a Steve Ireland contro il Bolton, futura squadra dello slovacco). I Citizens l’avevano deluso, così aveva deciso di mostrare il suo talento altrove: si presentò a Glasgow in punta di piedi e piacque a tutti, ma a Ibrox i Rangers non trovarono i soldi per confermarlo a fine stagione. Al Pescara non lasciò traccia, 4 gol e 5 assists e stagione finita il 10 marzo per via di una contusione al piede: ciononostante, un violento destro esploso dai 30 metri valse la vittoria sul Palermo. Passò all’Olympiakos, incantò a sprazzi: tunnel a Thiago Silva, dribbling e gol.

Nato il 30 novembre 1989 a Bratislava, Vladimír Weiss è il terzo Vladimír Weiss della famiglia. Il nonno era difensore centrale, scomparso nell’aprile 2018 a 78 anni dopo una lunga malattia. Nell’Olimpiade 1964 in Giappone giocò tutte quante le gare e contribuì sensibilmente all’argento portato a casa dalla Cecoslovacchia, che cedette in finale solo contro l’Ungheria. Il figlio di quel Vladimír è il padre del Weiss cui è dedicato questo pezzo: nacque proprio nell’estate 1964, per cui si racconta che Weiss nonno avrebbe chiesto a Rudolf Vytlačil – allora ct della selezione olimpica cecoslovacca – di poter saltare l’Olimpiade. Niente da fare: «Inizialmente accettò, poi però mi disse ‘Vlaso, compra tre bottiglie di vino rosso e festeggia qui, vostra moglie ti invierà un bel bouquet e starà tranquilla’. Così vidi mio figlio per la prima volta in foto, che tre settimane dopo i giornalisti mi portarono a Tokyo». Sulle orme paterne, il secondo Vladimír agiva da centrocampista difensivo (non difensore): militò in Slovacchia, tranne per mezza stagione allo Sparta Praga. Si racconta che, tra i Settanta e gli Ottanta, padre e figlio stavano seduti fuori casa su una panchina. Il piccolo Vladimír stava giocando a pallone quando il poeta Laco Novomeský fece i complimenti al genitore: «Eravamo in via Martinček, noi al quinto piano, lui all’altra parte. Era estate, ci sedemmo a parlare e lui guardava spesso i ragazzi giocare a calcio. Mi disse ‘Tuo figlio è un ragazzo carino e di talento, diventerà sicuramente qualcuno’. Come sempre, aveva ragione». Ricapitolando brevemente: nonno Vladimír era Vlaso, papà Vladimír era Vladko, il terzo prodotto maschile della generazione (tutta quanta nata a Bratislava) è stato il gioiello svezzato dal Manchester City. Insieme formano la futbalová sága che in Slovacchia chiamano “futbalovej dynastie VW“. E se nelle famiglie reali ci si passava la spada, la reliquia ereditaria dei Weiss è un pallone da calcio.

Nel 2009 il terzo Weiss aveva manco 20 anni e già frequentava la nazionale. L’anno dopo, inserito nei 100 giovani più promettenti da Don Balón, avrebbe eliminato l’Italia dal Mondiale sudafricano: «Ho preso un bel rischio – dirà il padre ct – ma gioca perché è bravo a calcio, non perché è mio figlio». Ha partecipato a Euro 2016, venendo escluso dalla nazionale nell’autunno per un incidente in macchina, probabilmente da ubriaco. Finì con scuse e capo piegato. A 28 anni, la stella cadente (o caduta) è ora solo in cerca di un po’ d’affetto. Quello che ha trovato nella penisola araba, all’Al-Gharafa.