Da Weltmeister a delusione, da squadra da battere a squadra da ritrovare. La Germania sta attraversando il momento storico più difficile degli ultimi anni, dall’eliminazione ai gironi a Euro 2000. Una crisi in parte prevista da Oliver Bierhoff, che aveva lanciato un avvertimento alla vigilia del Mondiale parlando di crepe nel sistema calcistico tedesco. L’ex attaccante del Milan ci aveva visto lungo e la sconfitta per 3-0 contro l’Olanda in Nations League non fa altro che dargli ragione.

Dopo l’uscita di scena anticipata al Mondiale, la Mannschaft non è ancora riuscita a dare un segnale positivo. Nelle due gare ufficiali giocate contro Francia e Olanda non ha né vinto né segnato, come era successo anche nell’ultimo match giocato in Russia contro la Corea, quello che era costato l’eliminazione. I numeri delle ultime 5 partite ufficiali sono impietosi: 107 tiri totali, 32 in porta, 2 gol. Reti peraltro arrivate nella stessa partita, contro la Svezia.

Il nostro problema più grosso è capire perché non riusciamo più a giocare un calcio attrattivo con il talento che abbiamo. Siamo troppo lenti e prevedibili“. L’analisi più lucida è stata quella di Julian Draxler, uno dei più criticati nel post-Mondiale per le proprie prestazioni. La Germania in questo momento ha perso le distanze e i movimenti in campo, in entrambe le fasi. Se prima il recupero palla alto era sempre efficace, la versione di oggi della Mannschaft lascia praterie e campo aperto agli avversari. È stato evidente in Russia e lo è stato altrettanto contro l’Olanda: qualcosa a centrocampo non funziona.

Il primo rimedio a cui Joachim Löw ha pensato è stato il ritorno in mediana di Kimmich. Scelta fortunata contro la Francia, molto meno contro l’Olanda. Anche perché al momento non esiste un sostituto all’altezza nel ruolo di terzino destro, visto che Ginter è un difensore centrale per natura e non ha né il passo né la tecnica del 32 del Bayern. Sulle fasce in difesa, soprattutto a destra, la coperta al momento è troppo corta per poter rivoluzionare gli equilibri. L’impressione è più che altro che la difesa a quattro non sia funzionale ai giocatori e alle loro caratteristiche.

La solidità è infatti sempre stata la caratteristica chiave della Germania, unito alla concretezza in avanti, dove ancora si aspetta un erede di Miro Klose che forse nascerà tra decine di anni. Nella squadra di oggi non si ritrova nessuna delle due cose. Anche l’attacco sembra essere più frutto di istinto e improvvisazione che organizzazione. In questo senso pesa l’aver perso la creatività di Özil, giocatore unico nel proprio genere e risorsa forse troppo spesso sottovalutata. Non esiste un sostituto naturale in grado di creare gioco, considerando che Gündogan non ha ancora la continuità fisica per essere un perno della squadra.

Il talento c’è, come riconosce anche Draxler, ma sembra più difficile del solito da amalgamare: far convivere quelli che dovrebbero essere i giocatori chiave è il principale problema di Löw. Una leggenda del fußball come Michael Ballack ha già pubblicamente affermato la propria sfiducia nel Ct, e non è stato nemmeno l’unico. Ma la rosa in questo momento ha bisogno di ritrovare dei leader da cui ripartire. Il nuovo corso non ha sufficienti punti fermi intorno a cui costruirsi. E i pochi che ha o vivono momenti di forma disastrosi, come il blocco Bayern, oppure sono alle prese con problemi fisici o tecnici, come Sané, Reus, Draxler e Gündogan.

È emblematico il fatto che la Germania si sia affidata a Mark Uth, esordiente con la nazionale e che non segna un gol da aprile con i club, nel match probabilmente più importante di questo autunno 2018 contro l’Olanda. Löw si è giocato una carta a sorpresa, conscio anche del fatto che Timo Werner sembra tatticamente ancora poco maturo per giocare da riferimento unico. I risultati sono stati poco soddisfacenti, anche questa volta. E la consapevolezza della squadra è andata calando minuto dopo minuto. “I giocatori attualmente sono instabili. Al momento non abbiamo fiducia“, ha affermato ai microfoni il Bundestrainer dopo la partita. L’impressione però è che a questa squadra non manchi solo la fiducia, ma molto, molto altro. E il tempo per ritrovare quel ‘molto altro’ è sempre meno.