Ci sono spazi che determinano la visione e la crescita di un calciatore. Spazi temporali che ne narrano l’evoluzione, spazi fisici che ne determinano il successo. Nel caso di Daniele De Rossi quello spazio spesso sono stati gli undici metri che separano il dischetto dalla linea di porta, emblema in momenti chiave del suo percorso all’interno del gioco del calcio.

Perché De Rossi è stato un grande non solo in Italia, ma in giro per il mondo. Ha dato valore e prestigio alla maglia della Roma in Europa, ha contribuito a portare l’Italia sul tetto del mondo, è diventato idolo e simbolo di entrambe le maglie grazie alle sue qualità abbinate al carattere di chi dimostra sempre di tenerci davvero.

Uno che ti porta in guerra con lui insomma, un grande del centrocampo e un riferimento per tanti. Il suo percorso internazionale ha vissuto tante tappe fondamentali che i calci di rigore, la maniera più rapida e risolutiva del calcio, hanno narrato in maniera splendida. Il primo è il più importante e indimenticabile di tutti: la rete alla Francia, emblema della sfrontatezza della sua gioventù, quella di un ragazzo che sa di avere un grande futuro e non ha paura di affrontarlo calciando in una finale mondiale un rigore sotto l’incrocio.

 

Manchester invece è la sua prima caduta, perché anche un campione come lui conosce la sconfitta. Un errore simbolo di una maturità che sta arrivando, ma che deve concedersi un colpo a vuoto per dargli la coscienza del fallimento. Uno di quegli errori che ha contribuito a formarlo caratterialmente, per renderlo finalmente uomo.

Sogni e rivincite, il successo di un calciatore di personalità. Da lì in poi decisivo quando serviva, conscio di poter segnare sempre i rigori che contano. Come quello al Barcellona, in cui forse è più rappresentativa la corsa per andare a riprendere il pallone rispetto alla realizzazione stessa. Il De Rossi del miracolo di Champions è completamente differente da quello di Berlino, è uno che sceglie la sicurezza e non la spavalderia, uno che indovina l’angolo in basso perché sa le gioie e i dolori che gli ha provocato cercare il sette.

E poi chissà in quanti l’avrebbero voluto vedere tirare un altro rigore, quello alla Germania ai quarti dell’Europeo del 2016, il suo ultimo torneo con la Nazionale. Era in panchina infortunato ma al 120’ sarebbe potuto entrare per fare il suo, ossia essere ancora decisivo da quegli undici metri che gli hanno segnato la carriera, ma purtroppo è rimasto solamente un grande rimpianto.

Rimpianti che però non può avere al termine della sua carriera con la Roma, splendida e appassionante, fatta di momenti magici, di cadute e risalite, di carattere e amore. Amore che difficilmente potrà provare per un’altra maglia ma chissà che non scelga davvero di indossarne una terza, una con cui chiudere una carriera vissuta da grande, segnata da rincorsa brevi per essere determinanti nel momento più importante.