Due anni fa, allo Stade de France, Antoine Griezmann guardava deluso dal campo il Portogallo vincere l’Europeo contro la Francia. Era la sua seconda finale persa nel giro di due mesi, dopo quella di Champions League a San Siro contro il Real. Con tanto di rigore sbagliato nei tempi regolamentari.

Per cancellare una doppia delusione del genere Grizi doveva conquistare una doppia vittoria. Obiettivo diventato realtà, nel migliore dei modi: con Le Petit Diable protagonista, da possibile Pallone d’Oro. Prima con la doppietta al Marsiglia in finale di Europa League, poi con la partita da leader nel 4-2 alla Croazia. E il gol del 2-1, il rigore insaccato con freddezza. L’esatto opposto di quanto accaduto nel 2016 contro il Real.

Griezmann era l’uomo più atteso della Francia prima di Russia 2018. Era l’uomo copertina, quella poi conquistata a suon di gol e accelerazioni da un adolescente come Kylian Mbappé. Ma sulla vittoria della squadra di Deschamps la firma di Grizi è indelebile. Quattro gol, due assist, un autogol causato. Negli ultimi 50 anni nessuno era riuscito a essere così incisivo con i Bleus in un Mondiale. Ce l’ha fatta lui, in gol in tre partite su quattro della fase finale, ma sul tabellino in tutte, visto l’assist in semifinale contro il Belgio.

La coppa del mondo alzata al Luzhniki ha sancito che il 2018 per Griezmann è stato l’anno della svolta. Si è messo alle spalle le delusioni, ha iniziato a riempire la bacheca di trofei. Ne aveva due, una Segunda Divisiòn vinta con la Real Sociedad nel 2010 e una Supercoppa di Spagna del 2014 con l’Atlético. Voleva la consacrazione definitiva, quella sfumata due anni fa, soltanto accarezzata e persa due volte. Prima ai rigori in Champions, poi ai supplementari all’Europeo.

La vittoria era diventata un’ossessione fino allo scorso maggio. Se n’è liberato con i Colchoneros, prendendosi l’Europa (League). Ha mosso l’ultimo passo con la maglia della Francia, salendo sul tetto del Mondo. E ora vuole l’ultimo, decisivo step: un Pallone d’Oro. Per togliere ogni dubbio, diventare il primo nato nel 1990 a vincerlo, riportarlo in Francia vent’anni dopo Zinédine Zidane.

L’uomo che aveva infranto i suoi sogni da allenatore nel 2016, l’uomo che potrebbe allenarlo il prossimo anno in Nazionale. L’esempio da seguire, a cui chiedeva gli autografi vent’anni fa. Il calciatore a cui voler essere paragonato, ma non accostato. Perché Antoine Griezmann ormai non è l’erede di nessuno, ma un trascinatore, un campione di prima fascia. E finalmente anche un vincente.