Non poteva andare diversamente, partite così segnano la fine di un’epoca, che si vincano o che si perdano. Perché anche Gallardo, che avrà solamente il Mondiale per Club da disputare, con ogni probabilità lascerà tutto in mano al destino dopo quella che è stata la partita spartiacque della storia del calcio in Sudamerica. Guillermo Barros Schelotto se ne va e non poteva essere altrimenti. Se ne va sconfitto, umiliato, con giudizi più pesanti di quelli che in realtà merita.

Viene visto come il responsabile del fallimento e a giudicare la condotta di gare e le sue mosse durante la finale del Bernabéu è difficile anche opporsi. Cambi sbagliati, tenuta mentale pessima e una squadra che gli eventi li ha solamente subiti. Tutto crollato quando si doveva fare la differenza, un po’ come nel 2016, quando il sogno di portare la séptima a La Bombonera si infranse contro un modesto Independiente del Valle. Questi i due grandi fallimenti di Guillermo, o quantomeno quelli in cui era tenuto a vincere. Perché nel mezzo c’è anche una Supercopa Argentina, persa ancora con il River. Un trofeo che fa meno male perdere ma che in ogni caso non giova alla sua reputazione. Tre sconfitte che delineano i contorni di un fallimento, di un’epoca da allenatore non all’altezza di quella fantastica dentro al campo con quei colori addosso.

A controbilanciare la questione sono però i suoi titoli, quelli che nessuno gli può togliere. Due campionati consecutivi non vinti, dominati, con una squadra decisamente superiore al resto della concorrenza. Per i più critici il minimo sindacale, per quelli più attaccati ai successi comunque meglio di chi l’ha preceduto. Il Boca Juniors di Schelotto al contrario di quello di Arruabarrena, capace anch’esso di diventare campione d’Argentina, ha avuto la capacità di plasmarsi come vera big del continente, sempre favorita numero uno in tutti i tornei in cui ha partecipato. Merito di una rosa costruita secondo un criterio e di un progetto che ha portato la squadra a non privarsi dei migliori talenti, anzi, con il lusso persino di riportare a casa gente come Carlos Tévez.

E forse le tante aspettative gettano dubbi su quanto potesse fare in più questa squadra. Così forte e così poco vincente rispetto al suo potenziale. Guillermo paga, probabilmente andrà negli Stati Uniti, l’unico altro Paese in cui ha giocato da calciatore. L’onta di quella sconfitta rischia di cancellare parte dei miracoli fatti sul campo con la maglia del Boca. La sua era è finita così, nel peggioredei modi per un idolo della tifoseria. E forse per creare un Boca capace finalmente di vincere la sua séptima Libertadores servirà una figura diversa, che non appartenga a quella squadra e che non abbia un passato di tale gloria nella storia del club. Quantomeno per evitare di rovinare un amore così grande come quello di Guillermo Barros Schelotto e la Doce.