Notizie che fanno sorridere gli amanti delle “Love-stories”: Henry torna al Monaco, dove tutto è iniziato. Proverà a risollevare le sorti di un club ancora scosso da un terribile avvio di campionato che li vede in zona retrocessione. Una sfida avvincente quanto azzardata visto che stiamo parlando della prima esperienza su una panchina per l’ex Arsenal: l’esperienza da assistente di Roberto Martinez sulla panchina del Belgio non è sufficiente per dare le certezze di cui i monegaschi hanno bisogno. Eppure, non è la prima volta che qualche ex giocatore viene chiamato per sollevare le sorti del proprio club in crisi senza esperienza o più semplicemente, di ex giocatori che finiscono nei propri club dove hanno militato anni prima lasciando tracce indelebili che li rendono un tutt’uno in campo e fuori. Scopriamo insieme qualche nome che ha scolpito il proprio nome con questa particolare “Doppia esperienza”.

Roberto Di Matteo-Chelsea

La solita storia: un Chelsea oltremodo disastroso, una quasi eliminazione agli ottavi di Finale contro un Napoli molto meno quotato ma in grado di mettere in un sol colpo a nudo tutte le difficoltà dei blues. Non è più aria per André Villas Boas, che viene sollevato dall’incarico. Al suo posto però invece di cercare qualche nome pesante libero sul mercato viene promosso uno degli assistenti del tecnico portoghese: è Roberto di Matteo il salvatore della patria, a dieci giornate dal termine per chiudere l’annata in maniera più che dignitosa. Se in campionato il trend non avrà risvolti positivi (il sesto posto finale sarà il peggior risultato dell’era Abramovich sino al ritorno di Mourinho) in Coppa i blues si esaltano: rimonta sul Napoli e quindi Benfica e, soprattutto, Barcellona. Prestazioni pazzesche fino alla finale, dove sembra tutto perduto se non fosse per la testa di Drogba a due minuti dal traguardo. I rigori per coronare il sogno e dare seguito alla FA Cup conquista all’inizio di maggio, in finale contro il Liverpool. Poco importa se a metà della stagione seguente arriverà l’esonero verso novembre: quegli otto mesi sono uno spaccato incredibile di storia del Chelsea dove s’è fatta la storia grazie agli eroi di allora, Come Cech, Drogba, Terry o Lampard, e del passato, esattamente come Di Matteo.

Franz Beckenbauer-Bayern Monaco

Una vita legata indissolubilmente ai Roten di Baviera attraverso ogni ruolo: giocatore, dirigente, presidente, allenatore. Quest’ultima in due occasioni: verso la fine del 1993, quando i bavaresi sono terzi in classifica dopo un avvio di campionato da dimenticare. Il talento non manca ma le premature eliminazioni dalla Coppa di Germania e dalla Coppa Uefa fanno vacillare la panchina di Erich Ribbeck: “Kaiser Franz” prende le redini della situazione e compie una pazzesca rimonta su Eintracht Francoforte e Kaiserlautern, terminando il campionato a +1 su quest’ultimi regalando il 13° titolo ai bavaresi. Successivamente torna nei quadri dirigenziali salvo poi riprendere posto in panchina a fine aprile 96: sei partite complessive che servirono al Bayern per chiudere al secondo posto dietro al Borussia Dortmund e per regalarsi un trofeo, la Coppa Uefa in finale contro il Bordeaux di Zinedine Zidane. L’unico trofeo internazionale che mancava in bacheca al Kaiser Franz.

Zinedine Zidane-Real Madrid

Storie recenti: direttore sportivo, assistente, tecnico del Castilla. Oggi come Paisley e Ancelotti nonché l’unico ad avere vinto tre Champions consecutivamente. “Con i campioni in rosa tutto sembra più facile” potrebbe dire qualcuno. In ogni caso non basta: c’è bisogno di astuzia, di sacrificio ma soprattutto di grandi intuizioni. I recenti successi del Real Madrid non nascono per caso: un blocco unico di giocatori ritoccato di tanto in tanto, mentalità vincente a gonfie vele ma soprattutto l’estrema, e forse eccessiva secondo qualcuno, adattabilità, che sembra quasi snaturare un qualsiasi credo di gioco. Discorsi che lasciano il tempo che trovano, visti i risultati. Dopo l’era “Galactica” da giocatore, ecco la versione 2.0 da bordocampo, dove in tre anni ha vinto quasi più dell’intera carriera. In attesa di poter compiere nuove imprese, magari ancora una volta sulle panchine di maglie che ha indossato.

Fonte: Getty Images

Diego Simeone-Atletico Madrid

Il primo esempio che viene in mente. Sembra il copione di un film: diciotto anni, dal 96 al 2014, per rivedere la festa nella Fuente de Neptuno. Nove dei trenta trofei a portare il suo nome, dal un lato all’altro del campo. Il Cholo rappresenta più di chiunque altro cosa significhi stare dalla parte dell’Atletico Madrid, offuscato e “Snobbato” dalle vicissitudini dei cugini ma negli ultimi anni in grado di ritagliarsi spazi importanti di calcio europeo diventando di fatto la terza forza di Spagna. Quattro anni e mezzo da giocatore e da quasi sette artefice del cosiddetto “Cholismo”. Una storia che sembra non volersi mai fermare, iniziata in maniera rocambolesca per risollevare le sorti di una squadra rilegata a metà classifica e tutt’ora in corso d’opera, con l’impressione di star costruendo passo per passo un qualcosa che può restare indelebile nella storia del calcio odierno. Nove trofei in panchina e due sul campo, con due finali di Champions sfuggite via per un soffio. Simeone è l’Atletico Madrid a tutti gli effetti.

Luis Enrique/Josep Guardiola/Yohann Cruyff-Barcellona

Essere all’opposizione. Questione di appartenenza, di patriottismo, di regionalismo. Il Barcellona fa in modo che tutti i suoi uomini le assomiglino o quantomeno prendano spunto da essa. Il caso di Cruyff che, una volta in Catalogna, chiamò il figlio Jordi in onore del santo patrono di Barcellona in piena epoca franchista. Ne risente il Barcellona stesso, che non spadroneggia eccessivamente in campionato. Diversamente sarà a cavallo fra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, quando il Barcellona conoscerà la sua prima epopea. Chi meglio di Cruyff poteva essere l’artefice di un simile rilancio che portò in Catalogna quattro campionati, una Copa del Rey, due supercoppe, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea ma soprattutto la prima Coppa dei Campioni, vinta in finale contro la Sampdoria. Nelle fila catalane, qualcuno recepirà meglio degli altri la novella di Cruyff e la farà sua, lavorandoci intorno e rivoluzionando il gioco del calcio: quattordici trofei fanno di Guardiola il più vincente di sempre sulla panchina dei azulgrana. Una storia alla Zidane, nata anch’essa quando lui allena la squadra giovanile in un momento di totale smarrimento per la prima squadra: e così alla prima stagione arriva il triplete e uno stile di gioco pazzesco che verrà imitato in tutte le salse. Fra essi, Luis Enrique quello che più gli si è avvicinato: altri trofei, altro calcio spettacolo, con la missione più complicata di provarci anche con la Roja, dove non sono molti ad aver bissato in panchina i successi in carriera. Questa però è un’altra storia…..