“Amore, va bene che è nato nostro figlio, ma possiamo cercare se in questo ospedale c’è una tv?”. Tra follia neo-paterna e infantile trepidazione, il padre di Victor Nilsson Lindelöf non chiedeva alle infermiere dell’ospedale di Västerås notizie riguardanti il pargolo appena nato, ma anzi avrebbe preferito che qualcuno gli indicasse la via più breve per la sala d’attesa, in cui apprendere le notizie provenienti dagli Stati Uniti, dove il 17 luglio 1994, giorno in cui vide la luce il piccolo Victor, a Pasadena l’Italia si stava giocando il Mondiale contro il Brasile. Il rigore calciato da Roby Baggio al Rose Bowl è una storia a parte, ma ai fini della nostra narrazione importa solo la reazione di un padre allo sguardo sbigottito (comprensibilmente) della moglie: “Lo so, lo so, ma stanno per iniziare a calciare i rigori e non voglio perdermeli”.

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A circa 15 minuti di macchina da Stoccolma, proseguendo a nord-ovest, si arriva a Västerås. Non esattamente il luogo migliore della Svezia in cui vivere, nonostante vi sia il polo deputato all’elettrificazione dell’intero paese in epoca moderna: per certi versi è una città angusta, timida e opaca, rischiarata solo da qualche opera d’arte in giro per il paese. Qui Victor Jörgen Nilsson Lindelöf era solito giocare tra le case, con un garage a far da porta e quella sensazione di voler diventare grande che avrebbe accompagnato il suo debutto, a 16 anni, nel Västerås SK. Il condominio che ospitava la sua famiglia – mamma, papà e tre figli – era situato in un quartiere in cui tutti i bambini della zona sognavano di diventare attaccanti, così Victor fu costretto dalle circostanze a indossare i guanti da portiere. Così un completo, di Fabien Barthez, comprato dalla madre (la persona che più di tutte ha sostenuto la crescita di Lindelöf) agevolava la mimesi. Quando però la genitrice avrebbe acquistato un nuovo kit maglia e pantaloncini, ma questa volta di Zinédine Zidane, Victor ha repentinamente cambiato prospettiva e ha cominciato a vedersi un trequartista. “Voglio essere un calciatore”, ripeteva ai parenti che non lo prendevano sul serio: “Non è proprio un lavoro, vero?”.

La fisicità sviluppata a Västerås sarebbe stata l’arma da vantare al Benfica. Prima del trasferimento al Da Luz, però, Victor era indeciso: “Okay che il Benfica è un grandissimo club, ma dovrei trasferirmi a Lisbona. Non voglio conoscere nessuno, né imparare il portoghese”. E la madre: “Sei sicuro che non te ne pentirai?”. Il morale della favola è che un’ora dopo sarebbe partita una chiamata all’agente, e con essa si sarebbe concretizzata la destinazione lusitana. Sei mesi difficili alle porte, il rientro a Västerås per un’ultima boccata di svedese prima del biglietto di sola andata, direzione Lisbona: “Quando sono atterrato, un rappresentante del club mi ha portato al centro di formazione del Benfica. La mattina dopo mi sono svegliato pieno di ansia, ho chiamato mia madre su Skype. Ero lì da meno di 24 ore e mi stavo già pentendo di tutto, volevo andare a casa.

Il microcosmo di Lindelöf era racchiuso tra la sua stanza e il ristorante, tra la tv a schermo piatto, le tende e le lenzuola di color rosso encarnado e la scrivania beige. Le giornate trascorrevano guardando la serie tv Entourage (“Vincent Chase è stato il mio migliore amico”), prima che dopo una sessione d’allenamento particolarmente intensa Victor avesse avuto l’illuminazione. Da quel giorno sarebbe arrivato il debutto, a 19 anni in Coppa, uscendo dal tunnel e trovandosi di fronte 65mila persone urlanti. A corollario dell’esperienza ecco l‘Europeo Under 21 del 2015, la convocazione di Håkan Ericson, la finale vinta contro il Portogallo e la festa sotto il cielo di Praga. E ancora, il debutto in nazionale nel 2016, con tanto di annuncio alla madre che piangeva al telefono, il sogno che diventava realtà e i ringraziamenti alla genitrice, per i completini di Barthez e Zidane, ma soprattutto per il costante sostegno in tutta la carriera del figlio Victor.