La pazienza del veterano, la freddezza del campione, la voglia di spaccare il mondo del ventenne. Marcus Rashford nelle sue corde ha tutto per diventare un campione e lo dimostra ogni volta che scende in campo. Ha sempre lo spunto, la soluzione tecnica che può far saltare il banco, e non pone differenze tra i big match e le partite più facili da vincere. Contro le altre top six di Premier League ha segnato già sette gol, in Champions League è a quota tre con 254 minuti spesi sul terreno di gioco. E’ un giocatore che determina, che ha tutto il tempo per crescere e migliorare. E forse sabato contro il Liverpool Mourinho è tornato a ricordarsi di lui.

Rashford, lo spazio e il minutaggio

Rashford non partiva titolare in Premier League dal 30 dicembre 2017 e non trovava il gol dal Manchester derby del 10 dicembre. L’arrivo di Alexis Sánchez e la crescita vertiginosa di Martial avevano chiuso gli spazi al giovane inglese, il quale è stato paziente e ha atteso in silenzio la propria opportunità, per poi far parlare il campo. Il metodo indubbiamente migliore per convincere José Mourinho. Dalla prima gara ufficiale all’inizio della stagione fino al 26 gennaio, il tecnico portoghese aveva sempre concesso almeno uno spezzone a Rashford. Poi qualcosa si è rotto. Da quel 4-0 allo Yeovil in FA Cup alla sfida ad Old Trafford contro il Liverpool, il classe 1997 è rimasto in panchina – o addirittura in tribuna – per quattro volte su sette occasioni. Ma ha atteso pazientemente il suo momento e ha sfruttato al meglio l’occasione.

Rashford e Lukaku sabato hanno battuto il Liverpool da protagonisti.

La forza della duttilità

Quello che Mourinho sembra apprezzare maggiormente di Rashford è la sua duttilità, seppur in stagione abbia ricoperto soprattutto il ruolo di ala sinistra. I primi passi li ha mossi da prima punta, ma ha caratteristiche per giocare ovunque sul fronte offensivo e lo Special One ne ha subito approfittato per provare ad allargarlo su entrambe le fasce, con risultati più che buoni. La velocità unita alla tecnica rendono il ventenne inglese un giocatore difficile da contenere quando entra dentro il campo. È meno funambolico di Martial e meno fisico di Alexis, ma forse addirittura più efficace nei tagli e nei movimenti senza palla. E il lato destro della difesa del Liverpool sembra saperne qualcosa: per due volte sabato è andato in fuga su una sponda di Lukaku e ha bucato Karius. Su due situazioni quasi identiche.

Il Mou-pensiero tra critiche e Nazionale

Il fatto di giocare in un non-sistema offensivo basato su principi semplici, forse anche troppo, non sta aiutando la crescita di Rashford. Anche dall’esterno stanno arrivando alcune critiche. In ultimo quella di Frank De Boer: “È un peccato che Rashford sia allenato da Mourinho. Con lui se non giochi una o due partite buone ti mette fuori. Lui ha bisogno di giocare“. Una frecciata solo in parte veritiera, perché i numeri parlano di soltanto 4 partite saltate in stagione su 44. E proprio questa costanza a livello di presenze – tolto il periodo d’appannamento invernale – può essere un punto di forza anche in chiave Nazionale. Ma a prescindere dal minutaggio, “se Southgate crede in lui, lo chiamerà” ha affermato a più riprese Mou. Lui, intanto, ha dimostrato di crederci, tornando a dargli fiducia contro il Liverpool. Ed è stato ripagato alla grande.