I fregi del Partenone qualche metro sopra, lo Spyros Louis in tutta la sua imponenza e una pista d’atletica a separare Milan e Liverpool dai tifosi. Anno 2007, una finale di Champions League da rivincita, coi rossoneri in maglia bianca per esorcizzare i fantasmi del 25 maggio 2005 a Istanbul ancora contro i Reds. Momenti incastonati nella paura di una rimonta simil-turca, furia e impeto sull’asse composto da Kaká e Filippo Inzaghi. Alla fine fu vendetta per sette (Dida, Nesta, Paolo Maldini, Pirlo, Seedorf e Kaká, più Gattuso). L’oggi tecnico del Milan visse entrambe le gare, si coprì il volto con la maglia dopo i beffardi rigori a undici metri da Jerzy Dudek ma alzò la Coppa proprio in Grecia. Vide dal campo la doppietta di Pippo Inzaghi, il vano sigillo di Dirk Kuyt, la Coppa dalle grandi orecchie prender la direzione italiana. Così, malgrado lo Spyros Louis sia ben altra cosa paragonato col Georgios Karaiskakis, vedere nuovamente il Milan metter piede nella capitale ellenica non può che conservare un certo fascino. Sono 22 i chilometri ingenerosi che decentrano il Karaiskakis da Amarousio, il quartiere dell’AEK, quello dello Spyros Louis che oggi ospita i gialloneri provvisoriamente nell’attesa del nuovissimo e agognato Agia Sofia. Stasera Gattuso e compagni hanno invece girovagato in periferia, toccando la costa e assaporando la brezza salmastra che si posa sulle barche a Il Pireo: qui sorge il Karaiskakis, vulcano ribollente che secondo l’epica sorgerebbe proprio laddove l’eroe della guerra d’indipendenza greca cadde in battaglia.

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Carlo Ancelotti disse che era sicuro di vincere, quella sera ad Atene, proprio perché il tonfo di due anni prima aveva insegnato qualcosa. Il 23 maggio 2007, davanti a circa 74mila spettatori, il Milan si prese la sua rivincita nella culla della civiltà moderna, della democrazia, della filosofia, dove già nel 1994 aveva messo le mani sul medesimo trofeo, una competizione dalla connotazione leggendaria conclusa con una delle performances migliori di sempre: umiliato il Barcellona di Cruijff, quello con Koeman, Guardiola, Stoičkov e Romário contemporaneamente in campo. Giubilo per i tifosi del Diavolo, due volte Massaro nel primo tempo, la firma di Savićević e il lucchetto apposto da Desailly sulla quinta Coppa dei Campioni. Tempi scalfiti dalla modernità, da corsi e ricorsi che lasciano undici anni di polvere nel palmarés e una voragine nel cuore dei tifosi. Altri tempi, giacché l’Olympiakos in Champions League ha lasciato l’onere di tirare avanti il vessillo ellenico ai cugini del Panathinaikos (la finale del 1971 a Wembley) e s’è invece accontentato della seconda competizione continentale. Emblematico il crollo del Milan, espulso dai piani alti sfitti e costretto a ripiegare su un’EL polemica e per certi versi non meritata. Il diverbio a inizio stagione tolse la possibilità di girar l’Europa alla Fiorentina, mentre in Lombardia si sognava in campo e si sperava nella benevolenza delle sanzioni comminate dall’UEFA in relazione al FFP.

I rossoneri s’erano presentati al Karaiskakis, forti di un 3-1 maturato a San Siro, con 400 tifosi e il vicepremier Salvini al seguito. Raccomandazioni alla mano (ricordarsi i documenti, nascondere sciarpe, maglie e segnali distintivi milanisti e non utilizzare i mezzi pubblici per raggiungere Faliro) avevano silenziosamente girato per la città, in modo contrario a quelli del Gate 7 ripresi in giro per Milano a cantare a squarciagola, colmando la metro e affollando la zona antistante il Duomo. Special night in Piraeus required, dicevano i giornali greci stamattina. L’atmosfera ruggente, un Karaiskakis esaurito per un duello cruciale, il momento della verità per far compagnia al Betis, sono tutti serviti. Nella sua storia, prima di questa sera all’Olympiakos furono richieste otto partite decisive per superare la fase a gironi. In cinque di quelle i biancorossi portarono a casa quanto sperato, arrivando al 62,5% di possibilità di battere il Milan proprio in virtù dell’eccezionale pragmatismo nelle cosiddette do-or-die. Certo, a San Siro finì 3-1 (dopo l’illusorio vantaggio ospite firmato Miguel Ángel Guerrero, si scatenarono Patrick Cutrone e Gonzalo Higuaín, autori di tre reti in 9′) e non bastava una semplice vittoria ad Atene per garantire il passaggio del turno al Θρύλος, obbligato a prevaler con due gol di scarto. Ma l’ultima di quelle otto do-or-die sopracitate era stato lo 0-3 incassato il 9 dicembre 2015 al Karaiskakis dall’Arsenal – con tanto di saluti alla Champions malgrado il successo per 3-2 all’Emirates di Londra – e il Karaiskakis voleva l’Europa. Poco importava l’illusorio gol di Cristian Zapata. Saluti a Gattuso, ricordato per la parentesi all’OFI Creta nel 2014. Ai sedicesimi ci vanno i greci.

Ecco di seguito il tabellino della gara:
Olympiakos (4-2-3-1): José Sá; Elabdellaoui, Vuković, Cissé, Koutris; Camara (dal 79′ Torosidis), Guilherme; Fetfatzidis (dal 69′ Natcho), Fortounis, Podence (dall’85’ Bouchalakis); Guerrero. All: Martins. A disp: Gianniotis, Miranda, Tsimikas, Vrousai.
Milan (4-3-3): Reina; Calabria, Abate, Zapata, Rodríguez (dall’85’ Halilović); Kessié, Bakayoko, Çalhanoğlu; Castillejo, Higuaín, Cutrone (dal 78′ Laxalt). All: Gattuso. A disp: G. Donnarumma, Musacchio, Simic, José Mauri, Bertolacci.
Reti: 60′ Cissé, 70′ aut. Zapata, 72′ Zapata, 81′ rig. Fortounis. Ammoniti: Koutris, Cissé, Camara, Guerrero (O), Çalhanoğlu, Bakayoko, Reina, Abate (M). Arbitro: Bastien (Francia)