Non sento più le critiche adesso“. Una mimica eloquente quella di Paul Pogba al termine della finale contro la Croazia. Un messaggio chiaro al mondo guardando le tribune del Luzhniki, dopo aver vinto un Mondiale, che non è sfuggito alle telecamere. In pieno stile Pogba, al termine di un torneo che ha spazzato ogni possibile dubbio sul suo valore e sulla sua evoluzione tecnica. Un torneo vissuto non solo da protagonista, anche qualcosa in più: da uomo-chiave della rivoluzione giovane della Francia.

Il classe 1993 è stato l’ago della bilancia della Francia. Ha aperto Russia 2018 con un gol che è valso il successo nella partita con l’Australia, lo ha chiuso con un sinistro chirurgico in finale, il 3-1 che ha di fatto indirizzato la partita verso i Bleus. Ma i gol sono solo la punta di un iceberg che è stato un Mondiale da giocatore completo, definitivamente maturato. Non è più il Pogba che abbiamo visto alla Juventus, il giocatore di talento con strapotere fisico e tecnica sopraffina.

Pogba è diventato un giocatore completo, a tutto tondo, decisivo in entrambe le fasi. In un ruolo che Mourinho gli ha cucito addosso più volte al Manchester United. In tanti hanno pensato che fosse “sprecato” davanti alla difesa, invece quel periodo – durato diversi mesi – è stato decisivo per l’evoluzione a centrocampista totale. Non si è snaturato, è soltanto migliorato ancora, si è evoluto. E anche al Mondiale non ha fatto mancare il suo contributo in fase offensiva. Senza gol, ma con le iniziative e la visione di gioco. Nell’attacco della Francia è il giocatore che ha cercato più passaggi (104, di cui 78 riusciti) negli ultimi trenta metri di campo.

Paul Pogba con la mamma e i fratelli Mathias e Florentin.

Numeri che supportano il giudizio del campo. Non è stato un Pogba esplosivo, ma un Pogba più essenziale, concreto, anche se apparso a tratti lezioso. Nessun altro giocatore sceso in campo al Mondiale ha vinto più duelli di lui. 58, quasi 10 a partita considerando che contro la Danimarca è rimasto in panchina e ha giocato tutti gli altri minuti a sua disposizione. Sintomo di quanto sia irrinunciabile per Deschamps, in entrambe le fasi.

Ha saputo tenere la linea a centrocampo e chiudere spesso per vie centrali così come permettere le uscite più veloci, ha anche marcato avversari con caratteristiche diverse. Due su tutti: Fellaini nella semifinale con il Belgio, Rakitic in finale. Giocatori diametralmente opposti, entrambi gestiti in fase difensiva e attaccati in fase offensiva. Neutralizzati da un giocatore maturo, ormai evoluto, che ha guidato la rivoluzione giovane francese. E soprattutto ha spazzato via tutte le critiche, con una medaglia d’oro al collo e la Coppa del Mondo in mano.