Il Siviglia è fuori dall’Europa League. Questa frase era stata detta per l’ultima volta quasi otto anni fa, nell’estate del 2011, quando fu fatale alla squadra di Nervión un preliminare contro l’Hannover. Altri tempi, altre situazioni, ma da lì in poi il Siviglia non è stato in Europa League solamente per disputare la Champions.

Un anno transitorio senza coppe e poi il via alla più grande era della storia di questa coppa: è la favola più conosciuta di tutte, il Siviglia va in Europa League e la vince. E quando c’è la Champions, arriva terza, scende in Europa League e la vince comunque. Sarà l’ambiente di casa, sarà il dna ma questa squadra è ata per le sfide a eliminazione diretta. Così forte da provare a fare il colpo grosso anche in Champions dove l’anno scorso è riuscita anche a eliminare il Manchester United di Mourinho, la squadra che vinse per prima l’Europa League dopo il loro triennio d’oro.

Tutto interrotto però da un ciclo che è inevitabilmente finito e che non ha trovato nuovi sbocchi nella realtà attuale: il Siviglia di oggi ha solo il nome di quella squadra, non ha praticamente più alcun giocatore del vecchio corso e in questa stagione dopo aver giocato un calcio incantevole per tre mesi si è progressivamente asciugato fino ad arrivare alla disastrosa situazione attuale. Pazza questa squadra lo è sempre stata, ma tra il divertimento e l’autolesionismo la differenza è abbastanza ampia, la stessa che c’è tra il passaggio del turno e il fallimento. E così dopo aver sperperato in campionato tutti i punti della prima parte, è caduto anche l’obiettivo di tornare a vincere l’Europa League, il trofeo di casa.

E a preoccupare non è tanto l’eliminazione, ma la maniera in cui è arrivata. Lo Slavia Praga, che per quanto onorevole di certo non è la prima della classe, ha saputo fare meglio persino del 2-2 del Pizjuán: doveva rimontare due gol al supplementare e lo ha fatto, non senza problemi certo ma alla fine la fortezza è caduta. Il Siviglia animale da Europa League non c’è più: quella squadra avrebbe ucciso la partita dopo il 2-3, questa si è rintanata dietro impaurita in preda al panico.

E l’autorete di Kjaer (non ce ne voglia Traoré ma un gesto tecnico così orribile non può che essere considerato un autogol) è l’emblema di tutto ciò: terrore e incomprensioni per un pasticcio totale a partita praticamente finita portano al clamoroso gol del 4-3. Quello che mette fine non solo al cammino di quest’anno ma anche all’era del Siviglia degli imbattibili, la squadra per eccellenza dell’Europa League.

Ed è un peccato perché finiscono così nel dimenticatoio delle perle tecniche: il gol di Munir, forse il più bello di tutta l’edizione dell’Europa League, o il rigore di Ben Yedder, che vale il suo ventisettesimo gol stagionale. La rosa è molto competitiva, quasi un lusso per un torneo così: eppure tutto sembra inceppato e lontano dagli standard di inizio stagione. Machín non è più “lo sceriffo” ma un condottiero che ha perso la bussola e che vede affondare la sua nave assieme alla sua storia.