A fine partita lo sguardo di Vittek, stanco ed entusiasta allo stesso tempo, tradisce tutte le fortissime emozioni che sta provando un’intera nazione che, per la prima volta nella sua breve storia, si è qualificata alla fase finale di un Mondiale. Siamo in Sudafrica, nel 2010: un anno da dimenticare per la Nazionale italiana, uscita già ai gironi dopo due pareggi e una sconfitta, proprio contro la Slovacchia. Un 3-2 che rimarrà impresso non tanto nella memoria degli italiani quanto in quella di Robert Vittek, capace di realizzare la doppietta più importante della sua vita, che per un estate lo farà ritornare “Robogol”, quell’attaccante capace di stupire ed emozionare i tifosi dello Slovan Bratislava prima e del Norimberga poi.

Gli inizi straordinari con lo Slovan Bratislava

Sì, perché Vittek arrivò ai Mondiali in Sudafrica quando la sua carriera aveva già imboccato una parabola discendente, nonostante avesse appena 28 anni e fosse nel pieno della sua maturità fisica: “il più grande talento offensivo della Slovacchia dai tempi di Marian Masny “(attaccante vincitore degli Europei del 1976) sembrava essersi completamente perso: i magici inizi con lo Slovan Bratislava erano solo un lontano ricordo. Fra il 1999 ed il 2003 aveva emozionato tribune piene di persone di tutte le età, segnando 47 gol in 101 partite. Andò sempre vicinissimo a vincere il titolo di capocannoniere, ma non ci riuscì nemmeno una volta. Ciononostante i principali club d’Europa l’avevano subito messo nel loro mirino, perché quel giovane ragazzone alto quasi 1 metro e 90 aveva molto potenziale: bravissimo nel difendere palla e a colpire di testa grazie al suo fisico statuario, era anche dotato di buona corsa e soprattutto di un tiro potente e preciso. Alla fine il club che convinse Vittek fu il Norimberga, che nella stessa sessione di mercato aveva anche acquistato un altro talento offensivo slovacco, Marek Mintal, che aveva consigliato il club sull’acquisto dell’attaccante dello Slovan Bratislava.

Alti meritati ed ingrati bassi con il Norimberga

Due fra i migliori attaccanti della precedente stagione di Fortuna Liga (capaci di realizzare rispettivamente 20 e 19 gol) si erano ritrovati nella stessa squadra e negli anni successivi fecero intravedere una parte del loro potenziale: nella stagione 2003-2004 riportarono il Norimberga in Bundesliga, segnando 27 gol in due, ma mentre il talento di Mintal venne quasi subito osannato dalla critica, quello di Vittek faceva più fatica ad emergere, complice un fisico che non sempre garantiva quell’eleganza e quell’imprevedibilità che invece aveva il compagno di reparto. Ciononostante il gigante di Bratislava, dopo una stagione di ambientamento in Bundesliga, riuscì a segnare 16 gol in 30 partite e vinse il premio di miglior giocatore slovacco, mentre Mintal era costretto a stare lontano dai campi di gioco per un grave infortunio. Improvvisamente tutti sembrarono accorgersi di Vittek, che contribuì anche alla vittoria del DFB Pokal l’anno successivo, ma già nel 2007 scivolò lentamente in panchina, fino a giocare solo 3 partite complessive nella stagione 2008-2009.

L’apparente rinascita e i Mondiali

La sua ascesa al calcio che conta sembrava essersi bruscamente arrestata e lo stesso Vittek non sembrava aver la forza di rialzarsi, soprattutto dopo aver sprecato i suoi anni migliori seduto sulla panchina di un club di seconda fascia, ma in estate si fece avanti il Lilla, che decise di scommetterci affidandogli il proprio attacco. L’attaccante slovacco sembrò subito rivitalizzarsi e il primo anno realizzò 7 gol e 5 assist in 26 partite di campionato, confermando di essere un attaccante completo, ma già la stagione successiva incappò nelle prime difficoltà e finì in prestito all’Ankaragucu, nonostante lui stesso affermasse di voler trovare una squadra in un campionato più competitivo. In Turchia non giocò male e segnò 5 gol in 12 partite, convincendo la dirigenza dell’Ankaragucu a riscattarlo per 2 milioni di euro.

La sua buona stagione convinse l’allenatore Vladimir Weiss Senior (padre del Vladimir Weiss che ha giocato al Pescara) a convocarlo per i Mondiali, complice la mancanza di un’altra punta di rilievo. In Sudafrica sappiamo tutti come andò. Vittek in 4 partite segnò 4 gol, di cui si ricordano soprattutto i due segnati all’Italia, entrambi di pregevole fattura. In un’intervista a fine partita confessò di non poter credere di aver segnato ai campioni del mondo in carica, ma disse di esserselo meritato e di essere carico per la partita con l’Olanda, dove la Slovacchia non avrebbe avuto nulla da perdere, perché già essere arrivati agli ottavi di finale era un record. Gli oranjes poi vinsero e arrivarono in finale, mentre gli slovacchi abbandonarono il torneo a testa altissima. Tra i giocatori maggiormente rivalutati c’era Vittek, che stava già pensando ad un improvvisa rinascita.

Il ritorno alla realtà

Tuttavia, dopo i primi rumors estivi, l’attaccante rimase in Turchia, ma il suo fisico forte e robusto incominciò ad incontrare i primi problemi: due rotture del legamento crociato conclusero anzitempo la sua avventura prima all’Ankaragucu e poi al Trabzonspor, dove non riuscì a lasciare il segno. Al terzo tentativo di rinascita, con l’Istanbul Basaksehir, non giocò nemmeno una partita e rimase svincolato.

A 32 anni il sogno di una carriera luminosa era definitivamente svanito. La sfortuna aveva battuto il suo talento, ma rimaneva ancora la possibilità di rifarsi una reputazione in patria, e infatti Vittek decise di tornare allo Slovan Bratislava, la squadra che l’aveva reso grande, benché il suo fisico ormai avesse definitivamente perso la forza che l’aveva sempre contraddistinto. Ciononostante ritornò ad essere “Robogol” per cinque stagioni: la curva dei Belasi, una delle più calde della Slovacchia, gli dedicò un coro personalizzato e lui rispose con 44 gol in 110 partite, il premio di miglior giocatore del campionato slovacco del 2013, oltre ad un campionato, due coppe e una supercoppa. In mezzo, l’ennesima parentesi deludente all’estero, negli ungheresi del Debrecen. Il 25 maggio del 2009 la decisione definitiva di appendere gli scarpini al chiodo.

Una carriera vissuta all’ombra di un talento enorme e sfortunato, che ha avuto nei Mondiali la sua massima espressione. Prima e dopo solo alti e bassi. E tuttora rimane il rimpianto di non aver potuto ammirare tutto quello che Vittek avrebbe potuto dare.

Federico Zamboni