Il Mondiale di calcio ci ha messo molto poco per diventare un evento planetario e atteso da tutti gli appassionati. L’edizione di apertura del 1930 era stata molto martoriata perché molte squadre europee non credevano ancora pienamente nel torneo e decisero di non sobbarcarsi le pesanti spese di trasporto verso l’Uruguay, ma nel 1934 c’erano quasi tutte, escluse solo la solita Inghilterra che si considerava superiore e proprio la Celeste, ancora offesa da quattro anni prima. Quell’edizione venne organizzata dall’Italia e gli Azzurri di Vittorio Pozzo erano una delle grandissime favorite, ma le squadre di valore erano tantissime e l’ultimo avversario fu la fortissima Cecoslovacchia.

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Il 27 maggio 1934 in tutta la Penisola si disputarono tutti gli ottavi di finale e la sfida più attesa era quella dei padroni di casa a Roma contro gli Stati Uniti. Il grande protagonista di giornata fu Angelo Schiavio che stese la nazionale a Stelle e Striscie con una sonora tripletta che contribuì al trionfante 7-1 finale. I veri pericoli arrivarono però già dai quarti contro la fortissima Spagna del portierone Zamora e a Firenze inizialmente fu solo pareggio con Giovanni Ferrari che impattò l’iniziale vantaggio di Regueiro e dopo centoventi minuti l’1-1 non si modificò. Il giorno dopo quindi le due formazioni si ritrovarono in campo ancora una volta e questa volta furono gli Azzurri a trionfare grazie a una rete dopo pochi minuti di Giuseppe Meazza che permise così di approdare in semifinale contro il Wunderteam austriaco. A Milano si disputò quella che per tutti era la reale finale, tra le due squadre migliori di tutto il Mondiale e l’agonismo e l’equilibrio durarono per tutti i novanta minuti. A sbloccare il risultato fu Enrique Guaita che mise la palla in rete al termine di un’azione molto confusa e dagli austriaci considerata fallosa, ma lo svedese Eklind assegnò la rete per un 1-0 che garantì l’ultimo atto ai ragazzi di Pozzo. La Cecoslovacchia invece iniziò il suo cammino da Trieste per una gara contro la vicina Romania e furono proprio questi ultimi a passare in vantaggio nel primo tempo con Dobay, obbligando così alla rimonta nella ripresa. I maestri del centro Europa però recuperarono grazie ai loro gioielli Puč e Nejedlý per il 2-1 finale che garantì così il passaggio ai quarti per affrontare la sorpresa Svizzera. Gli elvetici si confermarono ancora una volta squadra di livello e soprattutto i cecoslovacchi sbagliarono l’approccio passando in svantaggio, ma prima Svoboda e poi Sobotka ribaltarono il risultato. Sembrava tutto fatto, fino a quando non arrivò il pareggio rossocrociato con Abegglen. I supplementari ormai sembravano una certezza, ma ancora una volta fu Nejedlý a realizzare proprio nel finale il 3-2 definitivo che valse un altro sofferto passaggio del turno. L’ultimo atto decisivo prima di arrivare in finale era quello di affrontare a Roma la Germania e il protagonista fu sempre lui: Oldřich Nejedlý. Il campione dello Sparta Praga realizzò una memorabile tripletta che rese vano il momentaneo pareggio di Noack, garantendo così ai cecoslovacchi la prima storica finale della loro storia.

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Era il 10 giugno 1934 e dopo due settimane intense di grande calcio era da stabilire quale squadra sarebbe diventata la seconda nazionale campione del mondo dopo l’Uruguay. Vittorio Pozzo utilizzò il suo classico Metodo con Giuseppe Meazza e Giovanni Ferrari nel ruolo di interni d’attacco a servire un terzetto fenomenale formato dagli oriundi Enrique Guaita e Raimundo Orsi in aggiunta ad Angelo Schiavio. Karel Petrů invece dal canto suo faceva affidamento là davanti sulla sua macchina da gol Oldřich Nejedlý e sul talento dello Slavia Praga Antonín Puč, anche se l’eccellenza si trovava tra i pali con il leggendario portiere e Capitano František Plánička. Partirono forte i padroni di casa, nonostante un modo di giocare non certo fluido come quello mostrato nelle precedenti prestazioni. La pressione era chiaramente tutta sui giocatori Azzurri che provarono ben presto a impensierire il portiere cecoslovacco. Plánička mostrò a tutti perché era uno dei più grandi portieri di sempre intervenendo da campione prima su Meazza e poi su Schiavio, ma a quel punto fu la squadra del centro est Europa a prendere il sopravvento. Fu proprio Puč il primo che fece tremare lo stadio romano colpendo un legno che risuonò per tutto l’impianto e poco dopo la stessa sorte toccò alla conclusione di Jiří Sobotka. Pozzo raccontò nei suoi scritti che entrambe le squadre avevano grande paura a sbilanciarsi troppo e la tensione era stata la vera grande protagonista di giornata, fino a quando a metà secondo tempo non arrivò la rete che fece piombare lo stadio in un silenzio surreale. Puč se ne andò sulla fascia e incrociò un gran tiro che superò un incolpevole Combi per la rete del vantaggio. Tutto sembrava ormai perduto perché l’Italia non aveva la forza di rialzarsi e poco dopo il crollo sembra inevitabile. Per la terza volta in partita è però il palo a salvare gli Azzurri, questa volta con il legno che respinge la conclusione a botta sicura di Svoboda e quello fu il segnale del riscatto. Mumo Orsi colpì al volo un pallone a mezza altezza dando una traiettoria perfetta e imparabile alla sfera che andò a togliere le ragnatele dall’incrocio dei pali portando così il risultato sull’1-1. Le due formazioni erano esauste, ma si dovette andare ai tempi supplementari e pronti via l’Italia sembrò aver trovato delle nuove e inattese energie. Guaita imbeccò perfettamente Schiavio che si liberò in area di rigore e da pochi passi allargò il piattone sinistro spedendo la palla sotto la traversa per la rete che ribaltò completamente il risultato iniziale. Quella fu la rete decisiva dell’incontro che non ebbe più altri scossoni, dato che i cecoslovacchi erano ormai completati distrutti per il grande sforzo fisico e il gran caldo che quel giorno si era abbattuto sulla Capitale.
Per la prima volta nella sua storia, la Nazionale era riuscita a vincere un titolo Mondiale portando così quella straordinaria squadra nell’Olimpo e nella gloria del calcio. Un cammino trionfale concluso tra le mura amiche, una rimonta che sembrava ormai impossibile, la forza di non arrendersi nelle difficoltà e la prima vittoria di una delle più grandi nazionali della storia, ed è proprio grazie a questo e a molto altro che nasce una “Partita leggendaria“.