Fantasista dalle straordinarie doti tecniche, un campione di classe ed eleganza in grado di stravolgere la partita con repentine giocate e cambi di direzione. In campo era in grado di svariare per tutto il reparto offensivo, partendo da lontano da ispiratore delle punte oppure da centravanti. Hristo Stoichkov è stato uno dei più grandi giocatori balcanici di sempre e sicuramente l’unico ad aver dato grande risalto e importanza alla Bulgaria.
Nacque a Plovdiv a metà degli anni ’60 e sotto il comando dell’Unione Sovietica la vita non era per nulla facile. La terra bulgara inoltre è sempre stata tra le più povere e dimenticate dal regime, ma il giovane Hristo riuscì a farsi una carriera da militare fino a diventare maresciallo. Ma ad appassionarlo era il calcio e le sue qualità vennero subito notate nella Capitale e così, dopo anni in gioventù passati al Marista Plovdiv e all’Hebros, passò al Cska Sofia all’età di diciotto anni. Fece capire subito di che pasta era fatto e il suo talento era indiscutibile, ma lo era anche il suo carattere tutt’altro che pacato e tranquillo. In occasione della sua prima finale di Coppa di Bulgaria nel 1985 venne ritenuto uno dei principali artefici di una delle pagine più nere del calcio nazionale. Cska e Levski stavano dando vita a una delle ennesime sfide per il titolo, ma la gara si trasformò in una vera e propria caccia all’uomo, tanto che il regime fu costretto a radiare le due squadre per il pessimo esempio mostrato. Sredets fu il nuovo nome dei biancorossi e Hristo venne squalificato per sei mesi che gli fecero saltare tutta la stagione che avrebbe portato al Mondiale in Messico. La voglia di rivalsa però lo portò a rientrare più in forma e carico che mai e in quattro campionati riuscì a vincerne ben tre diventando con gli anni sempre più uomo d’area di rigore. Nel 1989 vinse la sua prima classifica marcatori andando in gol per ventitre volte, ma fu in Europa che fece vedere tutte le sue qualità. Il Cska arrivò fino alla semifinale della Coppa delle Coppe trascinata dal suo fantastico numero otto e poco prima dell’ultimo atto disputò due meravigliose partite contro il Barcellona. Il suo magico sinistro incantò prima il Camp Nou quando mise a segno una doppietta, da applausi il dolce pallonetto su uscita di Zubizzareta, e poi il Vasil Levski con un gran collo a incrociare nel ritorno a Sofia. Purtroppo per lui e la squadra le marcature non bastarono per arrivare in finale, ma Johan Cruijff si era innamorato di quel geniaccio bulgaro. Rimase ancora un anno in Patria, giusto il tempo per vincere un altro campionato e alzare al cielo il suo primo riconoscimento internazionale personale: la Scarpa d’oro. Con trentotto reti riuscì a stabilire il suo indiscusso record di marcature personali eguagliando il madridista Hugo Sánchez come miglior bomber d’Europa. Intanto il regime sovietico era giunto al capolinea e anche le nazioni dipendenti da esso iniziavano a staccarsi e così nel 1990 Cruijff si ricordò di quel talentuoso bulgaro che tanto lo fece penare e decise di portarlo con sè a Barcellona.


Gli inizi in terra catalana però non furono per nulla semplici e Stoichkov alternò momenti di gran classe a blackout mentali incredibili. In occasione della Supercoppa di Spagna contro il Real Madrid si macchiò di un assurdo pestone nei confronti dell’arbitro della sfida Urizar Azpitarte e questo gli costò ben dieci giornate di squalifica. Inoltre l’ambientamento non sembrava procedere al meglio e il rapporto con i compagni continuava a essere un problema, ma nonostante questo i blaugrana a fine anno vinsero la Liga. Fu però l’anno successivo che il bulgaro iniziò a incantare in maniera costante la platea spagnola diventando il leader e idolo della tifoseria. Il Dream Team messo in campo dal tecnico olandese continuava a funzionare e gli impegni in Coppa dei Campioni non furono una distrazione per la squadra che riuscì a confermarsi campione con Hristo che si migliorò segnando diciassette gol. Fu però in Europa che il Barcellona si spinse dove mai era arrivata prima e il bulgaro fu grande protagonista di quella storica cavalcata verso l’apice continentale. Fu decisivo per la vittoria del girone che portò alla finale segnando importanti reti contro Dinamo Kiev e Benfica e nella finale a Wembley ci sarebbe stato l’attesissimo incontro contro la Sampdoria. Si trattava di una rivincita dopo la Coppa delle Coppe 1989 e i blucerchiati cercavano vendetta. La partita fu carica di tensione con entrambe le compagini che cercavano di non scopririsi troppo e con Pagliuca che rispose presente salvando proprio sul numero otto di Plovdiv. Si andò ai tempi supplementari e una sassata di Ronald Koeman permise al Barça di diventare per la prima volta campione d’Europa. Stoichkov era stato il più grande talento di quella squadra meravigliosa, ma a fine anno France Football preferì ancora Marco Van Basten e si dovette così accontentare del secondo posto.


La medaglia d’argento fu un boccone amaro da digerire, ma questo lo fece concentrare ancora di più verso la stagione successiva che lo vide dominatore della Liga. In Coppa i catalani non riuscirono più a riproporsi agli standard dell’anno precedente ma vinsero il terzo campionato consecutivo e Stoichkov realizzò ben venti reti, record personale nel campionato spagnolo, arrivando al terzo posto nella classifica marcatori dietro a centravanti veri come Bebeto e Zamorano. Hristo stava vivendo un momento d’oro in carriera e nel 1993-94 raggiunse l’apice. La banda di Cruijff continuava a essere una macchina perfetta in Spagna e con il brasiliano Romário formò un attacco stellare in grado di far vincere al Barcellona il quarto titolo consecutivo. Furono però le notti di Champions a esaltare il bulgaro che segnò ben sette reti nella competizione e l’apoteosi la visse in semifinale con il Porto. Una sua doppietta al Camp Nou spalancò le porte della finale di Atene contro il Milan e i rossoneri senza Baresi e Costacurta in difesa sembravano spacciati. I blaugrana si sentivano sicuri dei propri mezzi, al limite della spavalderia, e andarono incontro alla peggior serata della loro storia. Con il risultato finale di 4-0 i ragazzi di Capello travolsero quelli di Cruijff e Stoichkov sembrò vagare per il campo, come tutti i suoi compagni, non rendendosi ben conto di quello che stava accadendo. In estate però si giocò il Mondiale negli Stati Uniti e la Bulgaria era riuscita a qualificarsi a sorpresa dopo aver battuto la Francia a Parigi nell’ultima giornata di qualificazione. Iniziò male l’avventura con la Nigeria che travolse per 3-0 i Leoni a Dallas, ma poi si scatenò il numero otto. Una sua doppietta su rigore permise di asflatare la Grecia per 4-0 e nella terza e decisiva gara contro l’Argentina arrivò una storica vittoria. Da un lancio di Kostadinov fu Stoichkov a inserirsi tra le maglie della difesa sudamericana e con un tocco di sinistro battè Islas in uscita. Il 2-0 finale valse gli ottavi di finale contro il Messico e dopo soli sei minuti il contropiede fu fotocopia. Questa volta a lanciare il campione del Barcellona fu Yordanov, ma la sostanza non cambiò e dopo l’1-1 dei tempi supplementari furono i rigori a dare ragione agli europei. Per la prima volta nella sua storia la Bulgaria era riuscita ad arrivare fino ai quarti di finale di una Coppa del Mondo e al Giants Stadium di New York affrontò i campioni in carica della Germania. Il vantaggio di Matthäus sembrò spianare la strada ai ragazzi di Vogts, ma in tre minuti i Leoni ribaltarono la sfida. A suonare la carica fu, tanto per cambiare, il ragazzo di Plovdiv che acciuffò il pareggio grazie a una magistrale punizione di sinistro che lasciò di sasso Illgner e subito dopo fu l’incornata di Letchkov a garantire una insperata qualificazione. Fu un sogno arrivare tra le prime quattro del mondo e in semifinale contro l’Italia ci sarebbe stata l’attesissima sfida tra campioni con Baggio. A trionfare fu però il Divin Codino che con una grande doppietta stese i balcanici e Hristo dovette accontentarsi di un’inutile gol su rigore che gli valse il titolo di capocannoniere. Il torneo mondiale ne aveva elevato la fama e la caratura e la scontitta in finale degli Azzurri aiutò la sua elezione a giocatore dell’anno. France Football gli diede il Pallone d’oro con duecentodieci voti contro i centotrentasei di Baggio e i centonove di Maldini.


Il successo elevò Stoichkov a semidivinità in Patria, ma una volta raggiunta la vetta si può solo scendere e la sua caduta fu rapida e rovinosa. Nella stagione che lo vedeva Pallone d’oro in carica si fermò a soli novi gol in campionato e il Barcellona perse la Liga chiudendo solo al quarto posto e a fine anno decise di cambiare. L’ambizioso Parma di Tanzi lo portò in Emilia convinto di poter creare con Zola un duo di campioni geniali inarrivabili, ma con Nevio Scala in panchina le cose non funzionarono proprio. All’interno del 4-3-3 gialloblu sembrò un pesce fuor d’acqua e non di rado dovette accomodarsi in panchina e la punizione con gol all’esordio con l’Atalanta fu una delle sue poche gioie. Nel 1996 riuscì a disputare il suo primo e unico Europeo e lasciò il segno sebbene la nazionale non riuscì più a ottenere i risultati statunitensi. Segnò in tutte e tre le partite del girone, ma i quattro punti finali non bastarono e a passare il turno furono Francia e Spagna. In estate chiese e ottenne il trasferimento tornando al Barcellona ma, nonostante fosse passato una sola stagione, sembrò il ritorno di una vecchia gloria. Al Camp Nou era arrivato un giovane ragazzo brasiliano di nome Ronaldo e ormai era lui il campione amato dalla folla. Riuscì a giocare svariati scampoli di partita segnando anche sette reti, ma la sua testa ormai era fuori dal rettangolo verde. Per non perdere il Mondiale in Francia decise di tornare al Cska Sofia, ma non riuscì a incidere e nel massimo torneo per nazioni giocò le tre partite del girone senza però mai andare in rete. Iniziò un lungo girovagare del mondo tra Arabia Saudita, Giappone e Stati Uniti, prima di chiudere carriera nel 2003 con la maglia del D.C. United.
Campione tutto genio e sregolatezza, dotato di un sinistro incantevole con il quale poteva essere bomber di razza e regista sopraffino. La sua testa calda ne limitò il rendimento, ma quante perle ha regolato al mondo del calcio Hristo Stoichkov.