Einmal nicht, nicht zweimal, sondern dreimal. Non è stato il primo incontro a sbalordirmi, certamente l’aeroporto di Schonefeld non è quel volto familiare che preferiresti incontrare dopo l’ennesimo volo Napoli-Berlino preso negli ultimi 6 mesi: non una, forse due, magari tre. Se la prima volta la città mi ha coinvolto in maniera così estrema da non avere parole per descrivere, gestualità folkloristiche da poter replicare in poco tempo, la seconda volta il suolo tedesco ha baciato i miei piedi in maniera cosi dolce e delicata (dovuto al fatto di non aver più obblighi turistici da dover ottemperare) da portarmi ad esplorare ciò che ci anima e ci rende vivi: Fußball. Prima di cavalcare l’onda perfetta (e non esagero nel descrivere così quello che ha rappresentato l’anima calcistica tedesca respirata a Berlino), voglio un po’ descrivere il lungomare ornamentato che può essere racchiuso nelle parole del filosofo tedesco Heinrich Heine;
^^Berlin ist keine Stadt, Berlin der einzige Ort ist, wo einige Leute, sich viele von ihnen in Talent reich, zu finden und zu denen dieser Ort ist völlig gleichgültig.^^

^^ Berlino non è una città, Berlino rappresenta solamente il luogo in cui alcune persone, molte delle quali ricche di ingegno, si ritrovano e alle quali detto luogo è totalmente indifferente.^^
Partendo da questa affermazione possiamo certamente esemplificare la differenza sostanziale nel dualismo popolo-stato tra la Germania e tutti gli altri paesi (almeno europei): sostanzialmente se nella maggior parte delle nazioni la classificazione del popolo rispecchia ciò che il suo stato trasmette al di fuori del proprio confine, il popolo tedesco è una sezione a sé stante; ovvero che esso potrebbe avere questo determinato atteggiamento in qualsiasi paese, venendo riconosciuto come qualcosa di estraneo, di preciso ma mutevole, un camaleonte in giacca alla fermata della propria precisissima stazione metropolitana.

Un camaleonte che mi si presenta travestito da giovanissima ragazza italiana trasferitasi da alcuni anni a Berlino, alla reception dell’albergo, che mi sorride mentre ripongo i bagagli miei e della mia ragazza per prendere i documenti: il primo pensiero che mi percorre è quello dell’educazione. L’educazione al rispetto delle posizioni e al rispetto dei tempi è forse l’elemento identificativo della cultura berlinese, un tempo preciso che intercorre dall’orario di lavoro a quello dello svago, dalla diplomatica risposta alla clientela, alla conversazione informale dopo un paio di birre (Berliner Pilsner, vago ancora alla loro ricerca).

Rimanendo rapito dalla città non riesco (e non ci riuscirò nemmeno minimamente anche in questo articolo) a descrivere che i momenti salienti di ciò che porta in dote questa città per nulla eterna, per nulla storica, ma sempre in evoluzione: non starò certo qui a ripetervi la magnificenza della Brandeburger Tor, la potenza visiva del memoriale giudaico, ma soprattutto l’incredibile senso di appartenenza avutasi alla vista del Reichstag.

Forse per la prima volta, più che nella visione iniziale, posso incominciare a parlare di calcio anche senza far riferimento ad un particolare calcistico; il Reichstag con tutto la sua storia (costruito nel 1881 e quasi reso al suolo dall’avvento del partito nazionalsocialista, furono riprese nel 92’ i lavori di ricostruzione: adesso e’ diventato il maggior sito storico berlinese in tema di visite, dovuto soprattutto alla costruzione della cupola di vetro, elemento che appaga il dualismo tra il vecchio e il nuovo mondo) riesce ad essere la prova tangibile di come la storia sociale e la storia calcistica tedesca vadano di pari passo.

Riferendosi già alle date, gli anni 90’ e il nuovo millennio sono stati gli anni in cui il calcio tedesco ha fatto enormi passi in avanti grazie all’innovazione nell’apparato delle ristrutturazioni sportive: basti pensare all’Olympiastadion (provo ancora goduria nel nominarlo), ristrutturato almeno 7 volte dal 92’ al 2006, dando l’impressione di un monumento calcistico in grado di ospitare i più grandi eventi mondiali, grazie all’innovazione tecnologica e di design che han toccato le sacre sponde di uno dei ricordi più belli della nostra adolescenza; la vittoria del Mondiale 2006.
Proprio parlando dell’Olympiastadion arriviamo all’esperienza più vivida e diretta avuta col calcio tedesco, una lezione di stile che la Germania ha voluto impormi, sempre con classe e diplomazia. Venerdì  scorso, ho deciso con amici di seguire il nostro sogno e quindi di partecipare al big match della Bundesliga tra la squadra di casa, l’Hertha Berlino, e la sua contendente per un posto nella prossima Uefa Champions League: l’Hoffenheim.

Prima di raccontare un po’ la storia dell’Hertha e che cosa ha significato per Berlino e la sua gente, mi sembra doveroso e abbastanza simpatico, raccontare la semplicità con cui un quasi analfabeta della lingua tedesca, è riuscito ad acquistare un biglietto per la partita (rigorosamente in curva per godere dello spettacolo regalatoci poi da una delle tifoserie piu’ entusiasmanti mai viste). Con i botteghini ancora chiusi davanti all’Olympiastadion (raggiungibile in maniera semplicissima da Alexander Platz tramite la linea U2 in un 15 minuti), ci è stato consigliato di raggiungere il Main Center della società (questo non vicinissimo, quasi 4 km a piedi in salita) per poter osservare gli uffici e lo shop ufficiale, che ha il ruolo di vendere anche i biglietti rimasti invenduti dal Seller Online.

Esperienza onirica per raggiungere lo stesso, graziata solamente dalla possibilità di poter rivedere pochi minuti dopo da lontano lo stradone che porta all’entrata dello stadio: mai vista fu piu’ gradita, quando l’imponente costruzione si affaccia di fronte ad un soggetto, l’inettitudine si addentra nel suo spirito, e ti rende meravigliosamente libero di urlare la propria felicità e il proprio stupore per uno spettacolo così devastante.

Dopo qualche ora di riposo, lo spettacolo di magnificenza diminuiva a causa della presenza di 40000 persone, deliranti e trepidanti, in fila per entrare nel teatro dei sogni: è innegabile quanto io sia stato triste e felice nello stesso momento nel vedere che la maggioranza di pubblico era giovanissimo, e per quanto questo mi potesse dimostrare una progresso culturale tedesco, mi riportava alle tempie i disagi per ogni bambino e/o neo adolescente italiano nel momento in cui deve partecipare a qualche evento calcistico e a quante situazioni spiacevoli sicuramente non avrebbe dovuto vivere in questo momento in Germania. Dopo i controlli di routine, ormai la curva è sotto i nostri piedi, e lo spettacolo che si presenta è quello di persone che si abbracciano e saltano inneggiando alla possibile vittoria che permetterebbe all’Hertha di arrivare a meno 2 dalla zona Champions; tutto questo è completamente folle e nulla potrebbe essere meglio di un venditore (non ambulante e stipendiato dalla società di casa) di birra, che ci serve l’accompagnamento perfetto per la partita. Purtroppo per l’Hertha (e mio malgrado per Ibisevic) la partita sembra non esserci, e per quanto la squadra berlinese si accinga ad andare in vantaggio grazie a Pekarik, l’Hoffenheim è superiore nel possesso palla e nella tenuta difensiva;è innegabile che ognuno si sarebbe aspettato dopo 30 minuti una sconfitta, e infatti non arriverà a tardare il pareggio di Kramaric, il super gol di Niklas Sule (tanta roba, veramente tanta roba) ed il gol finale in contropiede di Kramaric. La reale sorpresa ( non tanto per me) è lo spirito con cui vengono inneggiati i ragazzi di Dardai, in risposta ad una partita condotta per almeno 80 minuti con uno scialbo possesso palla rinchiuso nella propria metà campo: gli stessi caldissimi tifosi sono quelli che lasciano in maniera civilissima e senza aiuto delle forze di polizia lo stadio 10 minuti dopo la fine della partita, rimettendosi nelle metropolitane e sfollando in appena 20 minuti l’Olympiastadion.

Soggetto disprezzabile ma non disprezzato di questa avventura è stato l’Hertha, squadra che fino a quel momento aveva collezionato 10 vittorie, 1 pareggio e 1 sconfitta col Lipsia in casa, questa volta invece ha ceduto mentalmente alle pressioni della partita, non entrando nemmeno in campo. L’Hertha è riconosciuta come la realtà calcistica di Berlino, forse anche la realtà storica se pensiamo al fatto di essere una delle squadre componenti del primo torneo nazionale tedesco, istituito a Lipsia nel 1900. Fino al 1962 la squadra ha giocato nel vecchio impianto del Plumpe che fu demolito nel 1974 per far posto all’originale OlympiaStadion che ha dato i natali anche alla fermata della stazione della metropolitana 20 anni piu’ in là. La squadra ha versato la metà dei suoi anni in campionati minori dopo un’iniziale attestazione nella massima lega, una storia non vincente che ha portato all’esposizione della felicità dei tifosi berlinesi solamente 4 volte: i due campionati tedeschi vinti nel biennio 1930-31 e le due coppe di lega tedesche vinte nel biennio 2002-03.

Berlino è calcio, ma senza alcuna fretta.Berlino è calcio, ma è anche luogo di incontro. Berlino è Hertha, ma anche Union, squadra della manovalanza e del basso proletariato. Berlino è coesistenza storica, è ricordo di un tempo passato, nascosto sotto lenti d’ingrandimento composta da vetri. Berlino è muta nella sua indifferenza, è muta anche quando 40000 persone urlano il proprio amore.Berlino è l’incontro col proprio ego, decontestualizzato, imposto in un luogo metafisico in cui persone con differenti usi e costumi affermano la propria esistenza. Berlino è un esperienza diversa ogni volta che voli, magari ogni volta che la vivi, magari convinto di trovare lì dentro luoghi per i tuoi ricordi, ed invece trovi solamente qualche nuova commessa che vuole convincerti a prendere il biglietto nel settore più costoso.

 

Questi sono solamente piccoli aneddoti su quello che è stato Berlino, o almeno su quello che mi è sembrato di scorgere in minima parte.

Di Berlino, di Hertha, e di come le due cose facciano parte dello stesso movimento sociale, spero di poterne riparlare su Tuttocittà in futuro.