Aspas’s on fire, o partido imos gañar” cantano dalle tribune di Balaídos. È l’adattamento in qualche modo riuscito della canzone dedicata a Will Grigg, ma in lingua galiziana: la sua terra, la sua lingua, la sua squadra. Iago Aspas è il Celta Vigo, più di qualunque altro calciatore o cosa che attualmente possa rappresentare la Cruz de Santiago ornata di Celeste y Blanco.

La salvezza passa da lui, ma questo era più che scontato. Per alcune settimane è dovuto stare fuori a causa di un infortunio: ha visto i suoi compagni perdere, sprofondare in classifica, toccare con mano la paura della retrocessione, finché non è tornato in campo. Da lì ha ripreso la sua squadra per i capelli, ha ricominciato a fare gol e a tracciare il cammino per la salvezza: fondamentale quando serve, letale nel trovare la porta, in qualsiasi modo. Punizione, rigore, gol in area, segna in ogni modo e lo fa per la sua Vigo, per il suo Celta, per la sua gente.

È il più galiziano di tutti e il rapporto con questa regione è tremendamente interdipendente: il Celta non va senza di lui, lui non va senza il Celta. Liverpool e Siviglia sono state due tappe della sua carriera che l’hanno formato ma non esaltato, così come il Celta ha provato a essere grande, ma senza la sua guida ha perso qualcosa. Ed eccolo allora diventare leggenda in quel campo che è più di una casa per lui, un posto mistico di cui è figlio e padre allo stesso tempo.

Figlio perché nato lì, padre perché idolo della nuova generazione di tifosi del Celta. E quando con la Real Sociedad le cose si erano messe un’altra volta male, non si è stancato di doverci mettere l’ennesima pezza: altra doppietta, quinto gol in tre partite, tutte quelle che ha giocato da quando è rientrato dall’infortunio. Da quando è sceso nuovamente in campo il Celta ha portato a casa 7 punti su 9, gli stessi che aveva totalizzato nelle precedenti 13 partite, in cui solo due volte era riuscito a giocarle per intero.

È l’identificazione della Galizia e in fondo gli sta bene così. Eppure potrebbe essere un simbolo per l’intera Spagna: perché da diverse stagioni ormai è il miglior marcatore spagnolo della Liga. E anche quest’anno, dove ha potuto giocare solamente 21 partite, ha lasciato il segno per 15 volte. Tante, tantissime se si considerano i problemi fisici avuti: ancora una volta non c’è connazionale che lo batta. Davanti a lui il blocco sudamericano formato da Messi, Suárez e Stuani, più la coppia francese Benzema-Ben Yedder.

Ma poi c’è il suo nome, la sua leggenda. Quella che ormai viene applaudita anche negli altri stadi al momento dell’uscita dal campo. O partido imos gañar continuano a cantare invece a Vigo, “Dobbiamo vincere la partita”, e con lui in campo è sicuramente più facile.