Il Manchester City paga a peso d’oro Antoine Semenyo e riaccende la solita domanda: stiamo ancora parlando di calcio, o di potere d’acquisto travestito da progetto tecnico?
C’è un modo molto semplice per capire come ragiona il Manchester City: non guardare la trattativa, guarda la cifra. Antoine Semenyo arriva e il numero sul tavolo fa più rumore del comunicato: circa 75 milioni di euro, con clausola che – secondo quanto riportato in Inghilterra – viene semplicemente “attivata”. Fine della suspense, fine del tira e molla, fine della liturgia del mercato.
Il punto, però, non è Semenyo in sé. Semenyo è il simbolo perfetto: calciatore forte, pronto, con margini, già dentro la Premier, insomma un profilo sensato. Ma, come riporta anche alanews.it, pagato come un manifesto. Perché 75 milioni oggi non sono solo un prezzo: sono una leva. Alzano automaticamente l’asticella per chiunque gli assomigli, trascinano la percezione (e i listini) e trasformano la “fascia medio-alta” in un reparto luxury.
Il City non compra giocatori: compra soluzioni immediate
Il City continua a muoversi come se il mercato fosse una specie di patch mensile: se c’è un problema, si aggiorna; se c’è un dubbio, si elimina; se c’è una rotazione da sistemare, si risolve. Semenyo, da questo punto di vista, è un acquisto di sistema: un rinforzo che promette utilità subito, ma soprattutto tranquillità dopo.
E qui arriva la parte più interessante: il City non sta “rischiando”. Sta riducendo il rischio. Con la differenza che, nel calcio, ridurre il rischio a colpi di decine di milioni non è una virtù neutra: è un vantaggio strutturale. Significa poter sbagliare meno, perché puoi sempre correggere. Significa poter aspettare meno, perché puoi accelerare. Significa poter “comprare tempo”, che è la moneta più preziosa di tutte per un allenatore.
Drogare i prezzi, normalizzare l’eccesso
Il paradosso è che l’opinione pubblica calcistica ormai ci convive: “Eh, ma è il City”. Come se fosse una categoria meteorologica, un fenomeno naturale. E invece è un modello: accumulare profondità, rendere superflua l’idea stessa di emergenza, spostare il concetto di rosa dal “titolari e riserve” al “titolari e alternative da 50-70 milioni”.
Il risultato è un effetto domino: chi prova a competere si indebita, chi non può competere cambia sport (o si racconta che lo farà “con le idee”), e intanto i prezzi diventano un linguaggio tossico ma condiviso. Se il City paga 75 per Semenyo, domani un altro club pagherà 45 per un Semenyo “in costruzione”, dopodomani 30 per una scommessa che due anni fa ne valeva 15. Non è moralismo: è aritmetica del mercato.
E mentre fuori si discute, dentro si firma
In sottofondo c’è anche il tema della credibilità complessiva del sistema, perché attorno al Manchester City continuano a ruotare discussioni e procedimenti legati alle regole finanziarie della Premier. Ma anche qui, la sensazione è sempre la stessa: fuori si parla, dentro si pianifica.
E allora 75 milioni non sono solo un acquisto: sono un messaggio culturale. Il City non si adatta al mercato: lo piega. Non aspetta che il contesto cambi: lo cambia lui, a forza di cifre che diventano standard. E la cosa più “moderna” – e più inquietante – è proprio questa: l’eccesso non fa più scandalo. Fa scuola.
