La più forte mentalità operaia, della quale normalmente è portatore ufficioso il Club Atlético de Madrid, ieri aveva come rappresentante il Deportivo Alavés. Contro i favori del pronostico, contro lo strapotere blaugrana, contro ogni ragionevole previsione, se però fosse riuscito il colpo alla società basca avremmo visto il suo primo trofeo in 96 anni di storia. E pensare che manco avrebbero voluto giocare, loro, qui a Madrid. Come ogni anno, infatti, il Real ha trovato una scusa per on far giocare la finale di Copa del Rey in casa propria: non sarebbe il massimo per i blancos vedere i rivali catalani alzare al cielo di Madrid, al loro cielo, una qualsiasi coppa pure se fosse un torneo dilettantistico o amatoriale. Ecco che allora come di consueto si è alzato un polverone di possibili destinazioni: un comunicato ufficiale del club biancoazzurro fece trasparire la preferenza per Bilbao, scelta dovuta alla vicinanza con la città di Vitoria-Gasteiz e intenta a permettere a più tifosi dell’Alavés di presenziare a questa grande serata. La scelta della Federcalcio iberica, però, fu orientata a concedere un ultimo bagno di folla al Vicente Calderón prossimo alla pensione. E infatti, come alla fine delle migliori storie, domina la nostalgia. Quasi impietosamente le telecamere indugiano su qualche tifoso che porta via i seggiolini dell’impianto madrileno: fantastici souvenir di un viaggio forzatamente interrotto dalla modernizzazione, dall’economia che agisce sul motore del calcio, da quel colosso che è il Wanda Metropolitano e che reclama spazio pur non essendo neppur stato inaugurato ancora.

Un tranquillo colpo d’occhio sugli spalti dello stadio.

In ogni caso, la lezione dell’Alavés è arrivata in un luogo dalla mistica unica. Ma qual’è stata la lezione dell’Alavés? Prima di spiegarlo, mi avvalgo di qualche virgolettato. Contro il Celta Vigo, il Deportivo si conquistò il pass per la finale grazie ad un blitz dell’appena entrato Edgar Mendez all’81’. Mauricio Andrés Pellegrino, al termine, era raggiante: “Uno degli obiettivi che ci siamo posti all’inizio di quest’anno era arrivare così in fondo. Era una partita tesa, siamo rimasti calmi e uniti. Sapevo che se avessi messo Edgar avrebbe creato quello spazio in attacco”. Questo pezzo pubblicato da Marca parlò di una “noche más gloriosa”, spiegando come “el espíritu del 2001 se instaló en Mendizorroza”. Troppo forte il ricordo di quel 5-4 che fece arrivare l’equipo basca a così poco da un trofeo: ieri non è stato altrettanto, sicchè l’Alavés è crollato, ma soltanto dopo esser riuscito a resistere alle cannonate del Barça per una quarantina abbondante di minuti.

L’invito a tener ben saldi i piedi per terra era stato lanciato da Pellegrino stesso: “Per vincere contro il Barcellona servirebbe l’allineamento dei pianeti. Affronteremo una squadra di stelle, dovremo fare davvero il massimo per avere qualche possibilità”. Il dirimpettaio Luis Enrique aveva poi eletto l’Alavés a squadra rivelazione della stagione. Ma è stato troppo incolmabile il gap, sotto ogni profilo: tra le due squadre il divario era stimato da Transfermarkt nella bellezza di 696 milioni (758 contro 62…), per tacere ovviamente di storia, blasone ed attitudine (o abitudine) a vincere. Eppure, la lezione che il Deportivo Alavés ha impartito al mondo è uno dei mantra più semplici che esistano in circolazione. Emblematico il fatto che ci si trovi nella Madrid colchonera: si se cree y se trabaja, se puede.

I colori magici sono due: il bianco, ossia la purezza del cielo, ed un blu acceso che ricorda le onde increspate quando si infrangono sulle spiagge basche.

Pienamente cosciente dei limiti dei suoi, Pellegrino ha scelto di non denaturare le peculiarità del suo giocattolo e ha confermato il 5-4-1. Il suo undici non l’ha tradito, si è prodigato per fare bella figura e inizialmente ci è pure riuscito. Se sul piano tecnico la supremazia degli Iniesta di turno è stata evidente, i baschi hanno quantomeno provato a spostare il match sul piano della corsa. E in effetti, tutti si sono dannati per compensare con la grinta la carenza di qualità: i primi minuti hanno mostrato i biancoazzurri in avanti, quasi a voler ricordare a Cillessen di non esser entrato in campo con l’unico scopo di passare una serata diversa. L’infortunio di Mascherano, non a caso, è nato da una zuccata sulla quale Marcos Llorente non ha propriamente evitato l’impatto. E’ stata una partita bollente, Pellegrino sapeva come il suo undici non avrebbe dovuto concedere nulla ai marziani in maglia blaugrana: e in effetti, spesso e volentieri, la sua retroguardia se l’è cavata in modo impeccabile. Vedere Luis Enrique sbracciarsi per far ordini a Messi & co è stata certamente una soddisfazione. Nel mentre, Manu Garcia e soci non si facevano intimorire dalla grandezza dell’avversario ma al contrario non disdegnavano efficaci tackle e chiusure tutt’altro che timide. Sorprendentemente, intorno al 30′ ancora niente gol e occasioni col contagocce. La partita, sulla carta un monologo barcelonista, era così maledettamente stupefacentemente equilibrata. E al 27′ era Ibai Gómez ad andar vicinissimo al gol: regalo di Piqué, conclusione con papera di Cillessen e palo, poi sfera che danza sulla linea senza che Deyverson potesse farle varcare la linea di porta.

Quello su cui però voglio insistere è la tenacia, la grinta, la determinazione. Sono baschi, non ricordiamolo: la fierezza è parte intrinseca del loro vissuto. E infatti al 32′ Messi pennella una conclusione a giro, ma due minuti dopo è Theo Hernández a ristabilire il pari. Il terzino sinistro, astro nascente del calcio iberico, si è concesso il lusso di spedire un calcio di punizione sotto l’incrocio: magistrale magia. Non sono spesi a caso i 25 milioni che il Real avrebbe pagato ai cugini dell’Atlético per accaparrarsi il suo cartellino: il prezzo della clausola rescissoria del classe ’97 è tutt’altro che sproporzionato. Se però sembra un Barça senza fantasia, l’Alavés crolla sul più bello. Al 45′ Neymar, al 48′ Alcácer: il fortino crolla e deflagra improvvisamente non senza il favore arbitrale (il gol del brasiliano sarebbe viziato da un offside?). Un simile uno-due avrebbe piegato l’anima a chiunque. Due colpi rifilati in così poco tempo sarebbero stati letali per chiunque. L’Alavés non farà eccezione, il punteggio resterà tale, ma l’abnegazione messa in campo dai biancoazzurri merita certamente un elogio.

C’è tristezza perchè sarebbe potuta finir meglio, c’è orgoglio perchè è stato bellissimo vederli arrivare fin qui.

Si rientra in campo e Ibai Gómez suona la carica. Chiaro come il tentativo di rientrare in partita sia stato fatto, altrettanto evidente come sarebbe stata una mission impossible. E solo il Barça, con la zampata di Sergi Roberto, era riuscito in una simil impresa. Il doppio cambio (Camarasa e Sobrino a rilevare Méndez e Ibai) ha scosso ma fino a un certo punto la squadra di Pellegrino: Deyverson merita un plauso per la sua grinta, per la sua corsa, per le azioni che crea quando crede in un errore di ter Stegen e per poco non trova il gol. Il Deportivo stringe l’area culé in una tenaglia, piazzando stabilmente le piattaforme d’assedio qui: calci d’angolo, Sobrino viene detonato da André Gomes in un modo che definire provvidenziale è poco (69′). E’ una folata basca, quella che si abbatte: al 70′ Deyverson trova la caparbia deviazione ma Cillessen è fortunato oltre che Bravo (volutamente maiuscolo eh), al 71′ si vede annullare un gol per fuorigioco dubbio. Piquè deve fare gli straordinari, privato del compagno Jefe, ancora Deyverson si danna a più non posso. Meriterebbe di più l’Alavés, lo dico da imparziale. Out Theo Hernández, anche Óscar Romero è buttato a far numero davanti. Rientra Aleix Vidal, dopo il terribile infortunio provocato proprio dall’appena sostituito difensore francese in una sfida di Liga tra le due squadre, poi il Deportivo comincia forse a rassegnarsi. Il Barça prepara la festa, osanna Luis Enrique e vede già la Supercoppa contro il Real. L’Alavés si è arreso, ma solo all’ultimo. Applausi a loro, a Deyverson (in lacrime) soprattutto. Ma una medaglia l’hanno presa comunque, 16 anni dopo il 5-4 del Westfalenstadion. Certo è che nei migliori sogni sarebbe stata più gialla.

Ed eccolo qui l’artefice dello spettacolo, il burattinaio che teneva in mano i fili dei vari “pupi”: ladies and gentleman, Mauricio Pellegrino.
  1. ?| ¡VICENTE CALDERÓN, YA ESTAMOS AQUÍ! #FinalGloriosa#AlwaysAlavés
  2. ? | ¡Increíble marea ! ¡Nuestra afición es ENORME! ¡Orgullosos! A por la #FinalGloriosa  #GoazenGlorioso
  3. ? | ¡Espectacular Tifo albiazul y cómo ruge la afición alavesista! ¡Empujan al equipo con todo!  #GoazenGlorioso #FinalGloriosa
  4. ¡NO NOS RENDIMOS! ¡Esto no ha acabado, con vuestro apoyo lucharemos hasta el final! #FinalGloriosa #GoazenGlorioso
  5. ? | Hemos vivido muchísimas emociones en esta #FinalGloriosa, pero una está por encima de todas: GRATITUD hacia nuestra afición. ¡GRACIAS!
  6. ? | Imposible no emocionarse con una AFICIÓN como la nuestra. Gracias por acompañarnos en este sueño #FinalGloriosa
  7.  | Equipo y afición nos vaciamos. ¡MUCHAS GRACIAS una vez más por vuestro ejemplo de pasión y ánimo ! Al fin del mundo con esta afición #GoazenGlorioso