Un’annetto fa, in questo periodo, a far da colonna sonora c’era ben altra musica: parallelamente alle vittorie campagne colchonere contro Barça e Bayern, sulle frequenze di Mediaset si trovava il barcelonista Álvaro Soler, al debutto con quello che sarebbe poi divenuto un must estivo, “Sofia”, o al massimo ecco le note dal tono più indie dei The Lumineers con “Ophelia”. Quello che invece è stato scelto per accompagnare le immagini di Real-Atlético ieri sera è stato ben altro. Un rock alternativo tendente al metal anche nella sua forma più funk, quello proposto dagli Incubus in State Of The Art. La musica è cambiata. A discapito di ogni pronostico che avrebbe fatto pensare ad una semifinale ben più bilanciata. A discapito di ogni commento possibile, relativo ad una voglia matta dell’Atléti di andar finalmente fino in fondo. Immediatamente dopo la sconfitta di Milano, Juanfran trovò il modo di affidare ad una lettera le parole più toccanti che avrebbe mai potuto comporre: alla fine, ci fu la profezia di capitan Gabi intento a sollevare la Coppa dalle grandi orecchie in quel della fontana di Nettuno.

SE PUEDE Dopo un 3-0 incassato al Bernabeu, la speranza è ridotta al lumicino. In fondo rojiblanco non è culé, e le remuntade non sono propriamente un leitmotiv di casa Simeone. E così come nei testi di Wagner le trame si intrecciavano ritmate al pari dello sviluppo tragico dell’opera, si arriva da una conclusione che non tollera la sorpresa. Non si dimentichi che siamo sulla sponda operaia del Manzanarre, quella materassaia, quella conquistata col mantra del partido a partido. Si se cree, y se trabaya, se puede: anche arrivare a tanto così dal traguardo è permesso. Questa sera, tuttavia, nessun Ramos: è bastato Ronaldo, quel CR7 implacabile che già nel novembre 2016 si era palesato in tutta la sua forza. Tripletta e pallone a casa, esattamente il copione di questa maledetta serata.

STRISCIONI E POLEMICHE Una serata cominciata male, con quel tenebroso “Decidme que se siente” che campeggiava al fianco dei ricordi di Lisbona 2014 e Milano 2016. Dolcissimi per le merengues, amarissimi per i rojiblancos. Il calcio, come la vita, è così. Dà e toglie, a volte meritatamente, altre in modo imprevisto. Pare che i dirigenti dell’Atlético si siano parecchio indispettiti per quello striscione arrivando a protestare con la UEFA, il cui delegato avrebbe seccamente risposto: “Non possiamo mica vietare lo striscione, non c’è nulla di offensivo”. E così, un incipit che avrebbe potuto caricare il morale all’undici di Simeone, ha finito invece per erigersi a principale spauracchio. In questi casi, spesso, si suol chiamare in causa una fantomatica paura di vincere. Temo sia stato così.

LA CLAVE DEL PARTIDO Ronaldo, nel postpartita, ha parlato di una partita totale. Ossia, quella giocata dal suo Real. Come scrive (e bene) Javier Sillés sulle colonne di As, l’Atlético è stato schiacciato. Raramente si era vista una squadra così, in Champions posso affermare di come questa sia la primera vez in cui i colchoneros paiono timidi, incapaci di reagire ai colpi inferti, quasi passivi, con il capo abbassato. La solita armatura del Cholo ha retto fino ad un certo punto, poi pareva che quelli vestiti di bianco fossero capaci di attaccare con una facilità impressionante, cambiando continuamente lato, mettendo in costante apprensione una difesa orfana di diversi interpreti (Vrsaljko, Juanfran, Giménez: Lucas Hernández è stato dirottato sulla corsia destra, in un ruolo non suo, con risultati da panico). E oltre alla sconfitta sul piano tattico, a preoccupare è stata quella ottenuta a livello di intensità. Da sempre l’Atléti professa un calcio rapido, incessante, un ritmo difficilmente tenibile per 90′. Ecco, oggi c’è stata solo la versione brutta di quel pressing asfissiante mediante il quale il Cholo ha ridisegnato una macchina da guerra.

HASTA LA MUERTE Sempre restando nella redazione di AS, Manolete ha risposto al collega madrileno Tomás Roncero augurandogli buon proseguimento nella Champions. Non esattamente il modo migliore di commentare un 3-0 che, va però detto, lascia le speranze al lumicino in vista del ritorno al Calderón per quello che sarebbe l’ultimo derby. E quale modo migliore di inaugurare il Wanda Metropolitano rispetto al far terminare la carriera dello storico impianto con una remuntada che avrebbe il sapore di storia, di epica, di leyenda? F.J.Díaz, immediatamente dopo il triplice fischio di Atinson, ha scritto un editoriale dal titolo “Atleti hasta la muerte”. Le possibilità sono poche, pochissime, ma l’importante sarà fare bella figura. Questo è l’Atléti, lucha y sacrificio. Una bellissima storia che Simeone porta avanti da anni, una scala sulla quale si sale un gradino alla volta: prima l’Europa League, poi la Liga, infine una Champions che per ben due volte solo il destino ha negato. L’importante, al Calderón, non sarà vincere. Sarà offrire una prova degna dell’Atlético, tornando magari a rammentare tutte le emozioni che questa squadra ci ha regalato. E sarà triste, qualche lacrima verrà versata in ogni caso, ma il calcio è così. Già poche ore dopo il sorteggio, in ogni caso, i biglietti per il ritorno sono stati polverizzati. Nunca dejes de creer.

E TRA 8 GIORNI AL CALDERÓN Il Cholo, che per tutta la gara è stato visto assistere dalla panchina alla disfatta dei suoi, pareva perfino non aver nulla da suggerire. Scordatevi quel Diego tutto rabbioso che camminava nervosamente al limite dell’area tecnica. A fine partita, non si piega all’emotività e con una compostezza che raramente è la sua si presta ai giornalisti. Il primo gol di Ronaldo in presunto offside, la partita in tutta la sua interezza, la prova specifica di Lucas. Quando gli han chiesto sulle sensazioni che avesse avuto nello spogliatoio, se n’è uscito con sta frase: “Toca recuperarse, el fútbol es maravilloso, es imposible y tiene cosas inesperadas. Hasta la última gota de posibilidades, nos la jugaremos”. Un po’ come dire: fino all’ultima goccia, ce la giocheremo. E quando un giornalista azzarda di chiedergli se si definisse più deluso o arrabbiato, nemmeno allora il Cholo ha perso le staffe.  Si è detto tranquillo, più che mai. Poi, come al suo solito, ha tirato fuori una delle frasi che l’afición rojiblanca terrà a mente. Perchè in fondo al ritorno servirà tentare l’impossibile, “pero como nos llamamos Atlético de Madrid podemos ser capaces”. Eccolo, il Cholo. Crederci sempre, mollare mai.