Là dove osano soltanto le aquile, che a Lisbona assumono il nome di Aguias e identificano una ben definita porzione di città, quella encarnada, ultimamente non tutto va per il meglio. Eufemismo, chiaro grumolo di quella filosofia di cui s’era dotato Fernando Pessoa per restituire l’immagine di una città sapientemente governata dalla nostalgia. Dicevo, non tutto va bene: parrebbe anzi che in ogni competizione nella quale il Benfica si cimenta non si raccolga quanto sperato. Scorrendo la classifica di Liga NOS, o Primeria Liga che sia, la truppa di Luís Filipe Vieira insegue Porto e Sporting a meno tre punti: 33 le lunghezze per Dragões e Leões, 30 per Jonas & friends. La situazione non migliora certo in Taça de Liga, dove al Da Luz hanno pareggiato col Braga e ora sono dietro al Vitória Setúbal nel girone A, mentre in Taça de Portugal il discorso è stazionario. Il culmine di questo disastro, però, è da ricercarsi in Champions League. Zero punti nel primo raggruppamento, quello che oltre allo United comprende pure Basilea e CSKA Mosca. Un fracaso, direbbero da queste parti. Niente Europa League, peraltro magrissima consolazione per una squadra che vive di alti e bassi ma che allo stesso tempo si trova a dove replicare un inarrivabile passato mitico.

La prima sentenza sparata da O Jogo è stata la manifestazione di una cruda realtà: Benfica termina com o pior registo das competições europeias. Capirete da voi la gravità della situazione, visto che, udite udite, zero punti sono un evidente sintomo che anche in casa non si detta legge. L’unica squadra che detiene questo poco lodevole primato, considerando Champions ed Europa League 2017/18, è proprio quella di Lisbona (fino all’ultimo turno pure i macedoni del Vardar erano in corsa, ma il pari col Rosenborg per 1-1 ha lasciato a Rui Vitória il primo posto in questa ingestibile graduatoria). Tre sconfitte in casa (1-2 col CSKA Mosca, 0-1 contro lo United di Mourinho, 0-2 finale contro un modesto Basilea), altrettante fuori: se però può esser comprensibile il non esser riusciti a profanare la VEB Arena, l’Old Trafford o il St. Jakob-Park, al da Luz si aspettava tutt’altro. Niente effetto Catedral, a meno che non s’intenda con questo termine la Catedral da Cerveja, il ristorante che trova posto all’interno del maestoso da Luz.

Il cammino in Champions ha fatto storcere il naso a molti tifosi, gli stessi che in occasione della sfida interna contro il Basilea si sono resi protagonisti di scontri all’esterno dell’impianto portoghese: tensioni, intervento della polizia, proiettili di gomma e rabbia tale per cui la si sarebbe potuta tagliare con un coltello. “Não tivemos capacidade ha commentato Rui Vitória riassumendo una marcia che la sua squadra ha percorso senza avere la capacità di poter oltrepassare la fase a gironi: “Nessuno è felice quando non vince, siamo tristi e disillusi con questa campagna, capisco perfettamente le persone non sono state soddisfatte (c’è stata la manifestazione del disappunto mediante sventolio di bandiere bianche, ndr), ma è fondamentale guardare al futuro immediato. L’obiettivo è vincere la prossima partita con l’Estoril, in casa. A parte emotiva tira-nos lucidez, mas a parte racional diz-nos que temos de estar preparados para o jogo de sábado. Già che è stata nominata, la protesta degli adeptos benfiquistas è stata manifestata in un continuo e perenne biancheggiar sotto i pallidi riflettori del da Luz, in una serata storta. L’ennesima. Ed è per questo che, in occasione della partita con meno affluenza di tutta la stagione (22470 spettatori, meno dei 24160 in Taça da Liga contro il Braga e dunque record negativo), al triplice fischio sono stati tirati fuori i lenços brancos: fazzoletti bianchi, pañolada scandita dal ritmo incessante della disillusione.

E se Haris Seferovic è costretto a esaminare con lucidità il momento negativo della squadra (“Fantástico início faz parte do passado”), ora l’unico modo per ripartire è quello di recuperare le forze e concentrarle su campionato e competizioni nazionali. Il climax ascendente dello scorso anno, quello di gennaio, a San Valentino, con Mitroglou a siglare l’1-0 in casa contro il Borussia Dortmund ai sedicesimi di Champions, è lontanissimo: ere geologiche separano questo Benfica da quel Benfica, e non solo per la pioggia di milioni che in estate s’è portata via in un colpo solo Ederson (che quella sera parò un rigore ad Aubameyang, 40), Lindelöf (35) e Mitroglou (15). Ma pure rispetto al 2016, quando il cammino encarnado si fermò contro la corazzata Bayern Monaco ma fu pervaso da un orgoglio spaventoso. Se non altro, ai sedicesimi il doppio successo contro lo Zenit regalò tanta gioia: Jonas al 91′ a Lisbona, Gaitán (85′) e Talisca (90’+6) a San Pietroburgo. Tutti giocatori che ora non sono più qui, tra Beşiktaş e Atlético Madrid. Resta Jonas, che tira avanti la carretta ma fatica a trovare partner adeguati (Raúl Jiménez poco costante, Gabigol ectoplasmatico, Gonçalves giovanissimo e Seferovic a sprazzi). L’ex Valencia, numero 10, ha già messo a segno 15 reti e 4 assist in 13 sfide di campionato. Resta il discorso che questa squadra ha perso tanto, a partire dalla solidità difensiva volata a Manchester con Lindelöf. E niente Europa League anche quest’anno, col ricordo di Torino 2014 che si fa sempre più nostalgico perché immediatamente dopo Amsterdam 2013. “O Basileia foi muito eficaz. Nós não fomos. A forma como começámos esta Liga dos Campeões foi como acabámos” ha continuato Rui Vitória. “Responsabilidade? É minha, sempre. Sou o líder”.