Cinque anni dopo, il Mineirão ha riaccolto il Brasile in semifinale. Negli occhi dei tifosi verdeoro si saranno certamente riproposte in sequenza le tragiche scene della semifinale mondiale del 2014: l’1-7 contro la Germania sancì uno dei momenti più bui per la Seleçao, se non il peggiore in assoluto. Un lustro però può cambiare diverse carte in tavola: da Tite in panchina fino ad un undici titolare che presentava Dani Alves come unico superstite della disfatta contro i tedeschi.

Destino beffardo, perché al Mineirão è approdata la rivale per antonomasia dei verdeoro: quell’Argentina che solo cinque anni fa sorrideva alla disfatta del Brasile, raggiungendo la finale per poi capitolare con la Germania, si presentava quest’oggi come la sfavorita in cerca di equilibrio ed ordine.

Scaloni per la prima volta durante la sua gestione non cambia nessuna pedina tra i titolari rispetto ai quarti disputati contro il Venezuela, e la sua scelta paga, seppur amaramente: la tanto criticata Seleccion ha sofferto l’arrembante avvio dei padroni di casa, ma ha poi creato, raccolto meno di quanto meritasse, ed ha finito con l’essere punita da un passivo fin troppo largo.

Il 2-0 del Brasile, aperto nel primo tempo da Gabriel Jesus e chiuso nella ripresa da Firmino, lascia diversi spunti di riflessione sulle due più quotate rappresentative sudamericane. Da una parte, la freschezza e l’imprevedibilità dello stesso centravanti del City che interrompe il digiuno e si conferma il miglior marcatore dell’era Tite che ben identifica la crescita di un Brasile sempre più di stampo europeo ma che ha saputo dimostrare di saper spettacolarizzare il proprio gioco, deliziando e facendo divertire i propri sostenitori; dall’altra, sempre il solito Messi, cresciuto all’interno del match e pericolo principale per la retroguardia della Seleçao, ma generalmente sottotono in quest’edizione di Copa America.

Due colossi in momenti ben diversi della loro storia che anche all’interno della partita cambiano volto: le motivazioni, la pressione ed in generale l’emotività spesso giocano un ruolo non marginale nel calcio. Il Brasile apre e chiude coi suoi due centravanti, certo, ma rischia e non poco nel mentre, visti il legno colpito dalla Pulga nella ripresa e da Aguero nella prima frazione. Albiceleste che ha tentato di gettare il cuore oltre l’ostacolo, seppur non potesse contare di mezzi tecnici invidiabili: alla fine la sorte ha sorriso a chi il suo ciclo ha dovuto farlo ripartire dopo un sonoro crollo nell’ultimo Mondiale casalingo disputato. Che sia questo il punto di (ri) partenza della nazionale di Scaloni?