Aek-Olympiakos è certamente stato il match sul quale erano puntati tutti i riflettori di questa 21° giornata di Σούπερ Λίγκα Ελλάδα. Da una parte, i gialloneri di Manolo Jiménez in ascesa nell’ultimo periodo. Dall’altra, i biancorossi di Paulo Bento già praticamente certi del titolo. Lo spettacolo era previsto, annunciato, atteso, e tale è stato: quello che stupisce è però l’unidirezionalità del match. Non c’è stata storia, l’Aek ha strameritato i tre punti e l’ovazione che lo Spyros Louīs ha dedicato ai suoi beniamini. Non inganni il fatto che a decidere il match sia stata una sola marcatura (pure con buona dose d’aiuto della dea bendata).

Sin dai primi minuti si era capito che la bilancia pendeva a favore del δικέφαλος αετός: Rodriguez e Araujo hanno messo paura a Leali, poi al 31′ c’è stato il momento chiave del match. Fallaccio di Botía che costa il cartellino giallo al difensore spagnolo, poi si accende una rissa e a fargli compagnia sul taccuino di Mantalos (no, non parlo di Petros, trequartista dell’Aek, bensì dell’arbitro Stavros) ci sono anche Didac, Ajdarevic e Da Costa. Comunque, punizione da posizione invitante che lo stesso centrocampista svedese già pregusta sua. Ed è così: parte il numero 6, pallone deviato dalla barriera in modo da metter fuori causa il 24enne portiere italiano e vantaggio Aek. Non succederà più niente, in pratica. Tanti cambi (Johansson e Lazaros per Rodriguez e Bakasetas le soluzioni scelte da Jiménez, Androutsos e Manthatis al posto di Romao ed Elyonoussi gli accorgimenti operati da Bento), nel frattempo una grande chance per Sergio Araujo e al 75′ Botía decide di coronare la sua non certo migliore performance stagionale scegliendo di finire anticipatamente sotto la doccia col secondo cartellino giallo del suo match. Succede più poco, ormai tutto era apparecchiato per la seconda sconfitta in stagione per l’Olympiakos. E fa specie pensare che la prima risale al 25 settembre quando il Larissa si impose per 1-0 tra mura amiche grazie ad un gol del difensore centrale Nikolas Golias al 90′. Ma non bisogna sminuire i meriti di Jiménez, uno che ha vinto tutt’altro che per caso: sua la mossa di schierare Vranjes come terzino destro per contenere le folate di Sebá e Ajdarevic come regista al fianco di Simoes, lasciando poi in panchina Pekhart.

Sono 11 i punti ottenuti in 6 partite dal 53enne di Arahal: dalle parti di Amarousio sono in molti a compiacersi del suo rendimento. Quanto alla prova di domenica, è stata efficacissima specie sotto il profilo del possesso palla (55 a 45%) e in fase conclusiva (4 tiri nello specchio contro 2), ma la cosa che più è saltata all’occhio è come questo Olympiakos paresse totalmente imbrigliato. Non si è mai reso pericoloso, e anzi ha pagato la seconda ingenuità consecutiva (il rosso di Botía va ad aggiungersi a quello di Bruno Viana contro l’Osmanlispor) a caro prezzo. Chiaro come la testa fosse già al ritorno, eppure qualcosa nel meccanismo pare funzionare a tratti: il fatto che l’altro ieri il pubblico acclamasse a gran voce Marko Marin, il “Chori” Domínguez o Karim Ansarifard è sintomo di una squadra che forse non gira per il verso giusto (per tacere della panchina di Óscar Cardozo). Dalla parte dell’Aek però c’è festa grande, e andando a dare un’occhiata al portale www.aek365.gr, emergono parecchi spunti. L’ottava vittoria in 21 matches è arrivata nel modo più semplice, frutto di un gioco efficace. Si parla comunque di denaro, di Champions, dello strapotere dell’Olympiakos, eppure si sottolinea come i biancorossi non siano mai stati pericolosi. E le parole di Jiménez, per quanto a carattere populista, vanno lette come una dichiarazione d’amore al popolo dello Spyros Louīs: “Sono tre punti importanti, ho visto molte persone soffrire per l’Aek e si sono rallegrate. Dobbiamo continuare così, oggi in campo c’erano 12 giocatori”. Curioso poi che Manolo abbia glissato alla domanda sul rinnovo di contratto (c’è un opzione per il prossimo anno).

Ma non finisce qui un derby di Atene. Si parla, si discute, si commenta, si tirano fuori osservazioni e spunti che rendono ogni stracittadina quello che in termini sociologici Marcel Mauss definì un “fatto sociale totale“. Nelle parole di Paulo Bento emerge una soddisfazione per la performance (“In termini di comportamento e atteggiamenti dei giocatori, credo che abbiamo molto combattuto per un buon risultato. In termini di prestazioni gioco, potrei dire che il match è diviso in due parti. Sulla fase difensiva che dovremmo essere soddisfatti dalla strategia e l’organizzazione che aveva la nostra difesa perché ci siamo trovati bene. In termini di attacco, facciamo quello che facciamo di solito. Siamo stati molto mobili, non siamo stati abbastanza aggressivi, non abbiamo fatto quello che si dovrebbe fare in un gioco per cercare di segnare e abbiamo avuto il possesso e il controllo della lotta in diversi punti, non siamo stati in grado di organizzare bene il nostro attacco”) mischiata alla consapevolezza che anche con l’uomo in meno non è cambiato troppo. “L’avversario ha approfittato del risultato che trasportava la difesa dietro. In conclusione, mentre siamo soddisfatti lo sforzo dei giocatori e la nostra funzione di difesa, non siamo così felice con l’operazione offensiva”. Tutto quadra, insomma, ma il pensiero finisce sempre a giovedì (“Anche se non abbiamo segnato, eravamo mobili e aggressivi, abbiamo avuto a disposizione più occasioni”). Oltre a lui, ecco parlare Alberto Botía: “A mio parere, le decisioni dell’arbitro sono sbagliate al 100% oggi. Nelle fasi in cui stavo per discutere con l’arbitro, l’arbitro era una negazione assoluta. Ha detto che non c’è nulla a nostro favore, quando c’era qualcosa contro di noi. Pur non essendo neanche un contatto, il giocatore avversario ha il proprio interesse e l’arbitro ha dato un fallo. A mio parere non c’era fallo. Credo che l’arbitro ha fatto di tutto oggi,  che la partita, a causa dell’arbitro, è stato persa fin dall’inizio. L’arbitro credo che fin dall’inizio non sapeva come gestire le tensioni e non è mai stato in grado di capire che ha senso una tale corrispondenza tra nervi e tensione. Ha iniziato a distribuire cartellini gialli, e quando siamo andati a lamentarci ha dato altri cartellini gialli”. Polemiche arbitrali a parte, “il gioco è finito, abbiamo perso tre punti, ma non vorrei pensare ad un altro. Noi continueremo nei nostri sforzi per vincere il campionato. Le squadre quando si trovano ad affrontare l’Olympiacos mostrano il loro meglio di sé possibile e cercando di ottenere il risultato. Questo non significa che essi sono meglio di noi. Noi crediamo in noi stessi e continueremo solo cercando di vincere per arrivare alla fine della stagione“.

Significava molto di più la vittoria nel derby per l’AEK. L’ha detto il leader Petros Mantalos, in un’intervista al programma Match, e a giudicare dall’atteggiamento con cui i gialloneri sono scesi in campo pare che il discorso del numero 20 sia stato ampiamente recepito e messo in pratica. Nel postpartita, Anastasios Bakasetas ha parlato di una “vittoria netta, meritata al 100%”, mentre il tecnico Manolo Jiménez ha richiamato il gruppo alla calma. Lui, il condottiero dell’Aquila Bicipite, lo stratega militare, del quale si tessono le lodi ancor oggi (date un’occhiata qui e trovate una lucida analisi ad opera del collega Sambrakos, in cui vengono sottolineati i tre atteggiamenti decisivi attuati dall’allenatore) ha così esordito in conferenza stampa. Dobbiamo rimanere umili. Siamo ancora lontani dai nostri obiettivi e abbiamo ottenuto solo tre punti. Sono soddisfatto e felice, perché abbiamo offerto al mondo la gioia di un Aek che ha sofferto molto”. Si è soffermato sull’importanza della vittoria (“con questi tre punti possiamo pensare che continueremo a raggiungere i nostri obiettivi, ma c’è anche bisogno di sapere che dobbiamo continuare con umiltà perché, anche se sono tre punti importanti, sono sempre tre punti”) chiudendo con una digressione da brividi, che ho scelto di riportare integralmente. Come sapete molto bene, quando sono tornato all’Aek siamo arrivati terzi e quando eravamo primi nella seconda stagione c’è stato un grosso problema economico. Ho visto molte persone che hanno sofferto per l’Aek e ora in particolare tutte quelle persone hanno gioito. E ‘stata una partita molto importante, ma in realtà non si ha ottenuto nulla. Penso che abbiamo avuto un buon controllo del gioco. Credo che la grande differenza è che abbiamo giocato con 12 giocatori, il nostro mondo, che ci ha dato una spinta ogni volta che abbiamo avuto la palla. Sono stato molto felice oggi guardare quei momenti nello stadio olimpico. Sono venuto senza alcun ulteriore impegno verso il gruppo, cosa che è stata necessaria dopo due cambi di allenatore. Ci sono alcuni gruppi che possono lasciare il segno, l’Aek è un gruppo per me. Ho l’opzione per un altro anno sulla squadra, dovremo parlare, ma non è importante ora”.

Chiosa finale con qualche considerazione su Astrit. Astrit, nel post partita ha detto: “volevamo la vittoria per il tifo, per il punteggio e per noi. Ho sempre puntato ad essere protagonista in questi giochi, ma con la condizione, star bene, e per vincere col gruppo. L’atmosfera è unica. Va bene, io voglio vivere per giocare davanti a 40.000 persone, chi non vuole? Inoltre, sono in un grande gruppo”. Astrit è stato nominato Cosmote Mvp del derby. Astrit è nato a Pristina, dunque in Kosovo. Astrit è un centrale di centrocampo che all’occorrenza viene anche impiegato da attaccante. Astrit ha già giocato in questo ruolo, ad esempio, alle Olimpiadi 2016 in cui è stato uno dei fuoriquota della nazionale svedese. Astrit ha segnato all’esordio nel torneo, contro la Colombia. Astrit è arrivato all’Aek dall’Örebro nel gennaio 2017, e subito il suo numero 6 è stato inserito al vertice delle gerarchie nella zona mediana accanto a Simoes o al connazionale Johansson. Astrit in passato ha giocato con le maglie di Liverpool e Leicester, purtroppo senza fortuna, e dico “purtroppo” perchè ha un gran talento. Astrit, nel 2011, è passato dall’Örebro al Norrköping venendo apostrofato come traditore (ma lo cercavano Elfsborg ed Helsinborgs, oltre al Malmoe). Infine Astrit, domenica scorsa, si è concesso il lusso di decidere il derby di Atene. Con una punizione deviata dalla barriera, sì, ma le statistiche riporteranno sempre lui come marcatore, e il tempo ci farà dimenticare le fortunose circostanze. E chissà che non possa essere un punto di svolta, uno sliding door, nella carriera del 26enne svedese. Di certo, se lo merita. Io, nel dubbio, mi porto avanti e gli dedico la copertina di questo pezzo. God morgon!

Matteo Albanese