Londra, Manchester e poi di nuovo Londra: negli ultimi otto anni José Mourinho ha cercato di ritagliarsi il suo posto su una panchina di Premier League, senza mai riuscire a replicare le imprese con Porto e Inter che lo avevano portato a diventare lo Special One.

L’esonero dal Tottenham è il quarto consecutivo della sua carriera, arrivato quasi al culmine di una stagione dove ha infranto il record negativo di sconfitte. 13 in tutto il campionato, troppe per portare gli Spurs alla conquista di un posto in Champions League, obiettivo minimo stagionale per una società che sognava di crescere ancora di più. Mourinho era stato chiamato nel nord di Londra con una missione precisa, vincere un trofeo. E in 17 mesi ci era andato vicino soltanto una volta, conquistando la finale di League Cup: il portoghese però non potrà essere in panchina per la partita contro il Manchester City, perché la società ha deciso di porre fine alla sua esperienza a sei giorni dal fatidico giorno.

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Fatale è stato il pareggio contro l’Everton di Ancelotti, ma il suo rapporto con i club di Premier League è in crisi da molto più tempo. La colpa, se così può essere definita, è del suo gioco: vecchio, prevedibile, non al passo con i tempi. La difesa di ferro e le ripartenze in contropiede, il suo marchio di fabbrica, non hanno più lo stesso impatto di qualche anno fa e non hanno retto il confronto con le rivoluzioni portate avanti da Klopp e Guardiola nelle ultime stagioni. Neanche il grande carattere da motivatore è riuscito a risollevare le squadre di Mourinho, soprattutto il Tottenham dove non è mai scoppiato un vero legame come quello che c’era stato in precedenza con Pochettino.

Dal 2013 l’Inghilterra è diventata una terra amara per lo Special One: l’ultimo campionato vinto risale al 2015, ai tempi del Chelsea bis con il quale ha conquistato il double mettendo in bacheca anche la Coppa di Lega. In Europa invece l’ultima cavalcata vincente è stata quella alla guida del Manchester United trascinato da Zlatan Ibrahimovic, ma oltre alla vittoria in Europa League fuori dai confini inglesi Mourinho ha davvero racimolato poco o niente.

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Con i Blues era giunto in semifinale di Champions League e l’anno seguente aveva salutato la competizione agli ottavi dopo il doppio incontro con il PSG. Stesso risultato con lo United, fatto fuori dal Siviglia, mentre con il Tottenham il bilancio è davvero impetuoso. Il portoghese aveva raccolto una squadra reduce dalla finale di Champions League persa contro il Liverpool, un gruppo compatto e alla guida di un allenatore esperto capace di concludere il grande processo di crescita almeno con un trofeo. Invece appena qualche settimana fa ha dovuto salutare l’Europa League a sorpresa, dopo aver subito la rimonta contro la Dinamo Zagabria nella partita di ritorno degli ottavi di finale.

Quello forse è stato il vero punto di rottura con gli Spurs, un passo falso imperdonabile che lo ha portato  salutare la sua terza panchina inglese nel giro di 9 anni. Lo Special One ha perso la sua magia? Di sicuro l’appeal di Mourinho in Premier League non è più lo stesso di un tempo così come il suo modo di vedere il gioco, rimasto troppo indietro rispetto a un calcio che corre veloce e che rischia di vederlo tagliato fuori dall’élite delle più grandi panchine europee.