Uno dei più raffinati artisti del calcio sudamericano degli ultimi anni, un trequartista vecchio stile e forse per questo eccessivamente lento per i tempi moderni. Juan Román Riquelme è stato un abilissimo profeta della palla che si è affermato in tutta la sua magnificenza nella sua Argentina e per il Continente sudamericano, ma in Europa ha pagato un’eccessiva leziosità che non gli ha consentito di entrare pienamente nella leggenda.


Nacque a San Fernando, poco lontano da Buenos Aires, alla fine degli anni ’70 e fin da subito dimostrò la sua immensa qualità calcistica. A quattordici anni venne inserito nelle giovanili dell’Argentinos Juniors, ma prima che potesse debuttare in prima squadra fu acquistato dal Boca Juniors. El Mudo debuttò nel 1996 in occasione di una gara contro l’Unión de Santa Fe e poco dopo andò in rete per la prima volta contro l’Huracán. Un inizio più che positivo, ma che gli impedì di guadagnarsi inizialmente il posto da titolare. La situazione cambiò completamente dall’anno seguente quando arrivò in panchina Carlos Bianchi e iniziò a formare con Martín Palermo un duo sensazionale e gli Xeneizes iniziarono a volare. Nel 1997 entrò al posto di Maradona in un Superclásico e sembrò il passaggio di consegne tra fuoriclasse tanto che la numero dieci passò proprio sulle spalle di Riquelme. Quello fu anche il suo anno d’oro nelle nazionali giovanili dove incantò tutti quando portò alla vittoria l’Albiceleste prima del Campeonato sudamericano Under 20 e poi in Malesia del Mondiale di categoria. Era nata a tutti gli effetti una stella e i gialloblu iniziarono ad alzare trofei in continuazione. Dapprima arrivarono i successi in Patria dell’Apertura del 1998 e del 2000 e della Clausura 1999, ma fu con il nuovo millennio che la squadra iniziò a dominare il Sud America e il mondo. Nel 2000 il Boca vinse la Copa Libertadores al termine di due memorabili sfide contro il Palmeiras. Dopo il 2-2 della Bombonera, lo 0-0 non si sbloccò nemmeno a Morumbi e così ai calci di rigore furono gli argentini ad alzare la Coppa. Il titolo continentale venne perfezionato a dicembre grazie alla straordinaria vittoria sul Real Madrid. Juan Román era stato assoluto protagonista e meraviglioso incantatore di platee e sembrava tutto scritto per una sua vittoria, ma a sorpresa arrivò secondo a soli tre voti di distanza da Romário. Fu una decisione molto discutibile, ma che non sminuì di certo la voglia di successi del Mudo. Decise di rimanere ancora un anno in Argentina per rinvincere un’altra Libertadores con il suo Boca dimostrandosi più decisivo che mai. Negli ottavi di finale segnò di testa, non certo la sua abilità, contro i colombiani dell’Atlético Junior, ma fu in semifinale che ci fu da ammirare il mito. Avvenne la riedizione dell’ultimo atto contro il Palmeiras e furono ancora due sfide epiche. Alla Bombonera terminò ancora una volta per 2-2, ma nel ritorno in Brasile lo 0-0 avrebbe significato eliminazione. I ragazzi di Bianchi partirono alla carica e si portarono subito in vantaggio con Gaitán e poco dopo ecco il capolavoro. Riquelme prese palla sulla trequarti e scartò con una giocata di altissima scuola Felipe, avvicinò a sé un altro difensore e con un preciso destro all’angolino infilò un incolpevole Marcos. I Verdão tornarono alla carica e trovarono il pareggio, ma ancora una volta i calci di rigore furono decisivi per approdare in finale contro i messicani del Cruz Azul. Lo 0-1 dell’Azteca sembrò consegnare facilmente il titolo agli Xeneizes che però si fecero prendere dall’ansia e persero con lo stesso risultato alla Bombonera. Furono ancora una volta i tiri dal dischetto a determinare le sorti dell’ultimo atto. El Mudo calciò per primo spiazzando Pérez e poi divenne grande protagonista il portiere Córdoba che parò la conclusione di Galdames prima che Hernández e Pinheiro alzassero troppo la mira. Il Boca era per il secondo anno consecutivo la miglior squadra del Continente e questa volta nulla poteva togliere a Riquelme il più che meritato riconoscimento come miglior giocatore sudamericano. Con ottantotto voti arrivò ben davanti al compagno di squadra Córdoba fermo a cinquantanove e si prese una rivincita su Romário terzo a quarantuno.


Nel 2002 era prontissimo per partecipare al Mondiale di Corea del Sud e Giappone, ma per Bielsa fu sempre un giocatore più bello che utile e così non venne nemmeno convocato per la competizione asiatica. Fu un duro colpo, ma in estate decise di percorre la strada che lo portava in Europa, direzione Barcellona. In Catalogna aveva il non semplice compito di far dimenticare un mito come Rivaldo, appena passato al Milan, ma in blaugrana furono molte di più le ombre che le luci. Non fu nemmeno fortunato, dato che che capitò in una stagione disgraziata dove il Barça rimase nei bassifondi della classifica per tutto il girone d’andata, ma la bocciatura fu netta e nel 2003 passò al ben meno ambizioso Villareal. Con il Sottomarino giallo le cose iniziarono ad andare per il meglio e nel 2005 la squadra conquistò una storica qualificazione in Champions League. Entrata come una Cenerentola, la squadra andò ben oltre le aspettative e ai quarti di finale eliminò l’Inter regalandosi una storica semifinale contro l’Arsenal. Dopo la sconfitta a Londra il Madrigal era pronto per l’impresa e a tempo quasi scaduto ecco il rigore per portare la sfida ai supplementari. Dal dischetto andò Riquelme ma il suo destro fu debole e Lehmann salvò i Gunners. Il sogno del piccolo Villareal si ero interrotto e anche Juan Román non fu più lo stesso. Disputò da titolare, e con la maglia numero dieci, il Mondiale di Germania, ma si esaltò solo a sprazzi. Nel 2007 tornò al suo amato Boca e nonostante qualche momento di eccessiva escandescenza ci rimase per sette anni prima di concludere dove tutto era iniziato, riuscendo finalmente a giocare per la prima squadra dell’Argentinos Juniors.