È stato uno degli attaccanti più promettenti della storia dell’Argentina. Gran senso del gol, abilità di inserirsi negli spazi e capacità di dribblare avevano fatto di Javier Saviola una sicura colonna dell’Albiceleste, ma non riuscì mai a concretizzarsi il suo definitivo salto di qualità, tanto che il suo soprannome, El Conejo, ne rispecchiò perfettamente la scarsa propositività alla battaglia.


Nacque a Buenos Aires alla fine del 1981 e già all’età di nove anni entra a far parte delle giovanili del River Plate. Con i Millionarios debuttò in prima squadra giovanissimo, a soli sedici anni nell’ottobre 1998 andando subito in gol contro il Gimnasia de Jujuy. Fu il più giovane giocatore nella storia argentina a debuttare con gol e divenne il naturale sostituto di una leggenda del club, quel Marcelo Salas da poco passato alla Lazio. Fin dalle prime partite ci si accorse che si aveva a che fare con un giocatore dalle qualità fuori dalla norma e la certezza arrivò nella sua seconda annata. L’Apertura 1999 fu emozionantissima con una lotta fino alla fine a tre per il titolo di campione. Oltre alle solite Boca e River si era aggiunto prepotentemente il Rosario Central e furono proprio Las Canallas a risultare i principali rivali dei biancorossi. Alla fine furono i ragazzi di Díaz ad arrivare avanti in classifica per un solo punto e decisivo fu lo scontro diretto al Gigante de Arroyito. Kily González aveva portato in vantaggio i padroni di casa ma non avevano ancora fatto i conti con El Pibito. Da un cross dalla destra di Aimar stoppò di sinistro spalle alle porta e con un rapidità fulminea calciò incrociando di destro lasciando di sasso il portiere Buljubasich. Il giovane compagno Aimar completò la rimonta e quella vittoria, arrivata a quattro gare dal termine, fu il tocco finale per alzare al cielo l’ennesimo trofeo di Apertura. Saviola era stato l’immenso artefice del successo e in sole diciannove partite aveva segnato la bellezza di quindici reti risultando il capocannoniere del torneo. Numeri che portarono lo stesso a Maradona a definirlo come il suo erede, e come il grande Pibe de Oro vinse il premio come miglior giocatore sudamericano a soli diciotto anni. Per soli otto giorni il record come più giovane di sempre rimase a Diego, ma con cinquantacinque voti arrivò davanti al paraguaiano Arce, fermo a quarantacinque, e all’argentino Riquelme, a quarantadue.


Il riconoscimento arrivò addirittura prima ancora che potesse debuttare in nazionale, onore che arrivò nell’agosto 2000 in occasione di una gara di qualificazione al Mondiale contro il Paraguay. Nel 2000 completò la stagione vincendo anche il torneo di Clausura, ma fu l’anno seguente che raggiunse l’apice a livello internazionale. In Argentina si disputò il Mondiale Under 20 e l’Albiceleste venne trascinata dal suo uomo migliore. Con undici reti risultò capocannoniere e miglior giocatore del torneo, segnando una tripletta ai quarti contro la Francia, una doppietta al Paraguay in semifinale e una rete in finale contro il Ghana. Tutto il mondo era affascinato da questo campione e alla fine fu il Barcellona il più veloce ad acquistarlo. I catalani stavano vivendo un periodo di profondo cambiamento ringiovanendo la squadra acquistando giovani promettenti, infatti oltre al El Conejo arrivarono anche Riquelme e Quaresma l’anno seguente. Con Patrick Kluivert riuscì immediatamente a instaurare un ottimo rapporto e alla prima Liga riuscì a segnare subito il ragguardevole numero di diciassette reti. In molti però iniziarono a storcere il naso già dalla stagione successiva. Il Barça visse un’annata disastrosa, con tanto di qualificazione alla Coppa Uefa agganciata solo nelle ultime giornate, e Javier e iniziò a mostrare una discontinuità abbastanza preoccupante. Se qualche stop poteva essere capito nella prima annata, fecero molto più scalpore quelli nella seconda e le critiche non mancarono. Il colpo di grazia arrivò nella terza stagione con l’arrivo al Camp Nou di Ronaldinho e l’ufficiale spodestamento da stella della squadra. Con il brasiliano non riuscì mai a convivere e a fine anno chiese e ottenne il trasferimento. Per due anni giocò in prestito prima al Monaco e poi al Siviglia, dove riuscì a fatica a guadagnarsi la convocazione al Mondiale in Germania, dove segnò nella gara di apertura contro la Costa d’Avorio. In estate tornò al Barcellona, ma l’esplosione di Messi gli tolse ancora più spazio e fu una semplice comparsata prima di passare agli eterni rivali del Real Madrid. Nella Capitale però la situazione peggiorò e il tecnico Schuster non riusciva proprio a vederlo nel suo modulo di gioco, tanto che in due anni scese in campo la miseria di diciassette volte in Liga. Nel 2009 passò al Benfica e dalle parti di Lisbona riuscì parzialmente a riprendersi vincendo da protagonista un campionato, ma il terzo anno fu fatale anche con le Aquile. Tornò in Spagna al Málaga prima di passare in Grecia all’Olympiakos e vincere il suo quarto campionato diverso. Provò anche una triste e dimenticabile esperienza italiana al Verona prima di tornare al suo River Plate con il quale vinse da riserva anche la sua prima Copa Libertadores.