Ritorniamo a qualche giorno fa: Jan Breidel decreta il triplice fischio della super sfida tra Club Brugge ed Anderlecht terminata 1-1, risultato che non rende felici gli allenatori di entrambe le squadre; che il canto del cigno provenisse dallo spogliatoio di mister Preud-Homme era risaputo, vederlo affondare con una giornata di anticipo sul campo dell’Oostende magari non era proprio preventivabile. Il turno infrasettimanale infatti ci regala la nuova squadra campione di Belgio, ovvero l’Anderlecht che si impone nella sfida in trasferta per 1-3 contro lo Charleroi, approfittando della inaspettata sconfitta per 2-1 del Club Brugge contro l’Oostende: il team di Weiler rafforza con convinzione lo strapotere ottenuto nella fase play-off, concludendo un double con la vittoria della stagione regolare che non era preventivabile all’inizio dell’attuale stagione; protagonista del match è il ritrovato capocannoniere Lukasz Teodorczyk, che come dal sottoscritto preventivato, ha deciso di togliere la testa dal cappuccio dell’anonimia quando la squadra ne aveva maggiormente bisogno, nella partita che valeva i sacrifici di un anno.

Andiamo a ricomporre gli eventi salienti del match:

Charleroi-Anderlecht: 1-3

Si riduce tutto ad istanti decretabili come fondamentali, tali da soprassedere i 90 plus recupero della partita, quelli che cambiano una stagione, quelli che reclamano attenzioni anche se non vengono osservati profondamente: magari non è la bellezza e la soddisfazione per un goal, la visione di gioco per un assist, un dribbling secco che determina una qualsiasi superiorità numerica in una qualsiasi parte del campo; magari non è nemmeno un segno positivo del caso, magari è rivedibile nel rigore sbagliato da Tielemans nel momento decisivo della competizione quattro giorni or sono, magari è anche la disattenzione difensiva e l’incomprensione tra Kara e Boeckx al 25° del primo tempo che permettono a Bedia di realizzare a porta vuota l’1-0 dello Charleroi sull’Anderlecht. Siamo tutti convinti dell’esistenza di qualcosa di non comprensibile nel mondo del calcio, come una forza oscura che limiti o avvantaggi in maniera preponderante l’una o l’altra squadra, e vedere l’incapacità offensiva dell’Anderlecht nel primo tempo, dovuta all’impegno generoso ma insufficiente di monsieur Teodorczyk, ci avrà sicuramente riportato alla mente le parole di chi il campione polacco lo conosce bene: è un giocatore sorprendente perchè riesce ad eclissare il suo talento per 85 minuti della partita, non è un uomo in confidenza con il campo da gioco, non si trova a suo agio in altre zone del campo che siano distanziate dalla porta avversaria; magari non è proprio la persona che inviteremo al nostro matrimonio, e sicuramente non avrà avuto un passato da stand-up comedy, ma Teodorczyk è l’uomo su cui Weiler scommetterebbe la sua carriera da allenatore. Ritornando a parlare di momenti, mi viene in mente la faccia di Teodorczyk sul vantaggio avversario, una smorfia disinteressata, come se fosse capitato lì per caso, non si sa se lui o la predetta realizzazione: si rivede la stessa smorfia al 58° in due momenti che cambieranno la “faccia” della partita in tutti i sensi; Hanni riesce a recuperare con uno slancio atletico il pallone dalla rimessa del fondo, sforzo apprezzato da Teodorczyk, che sul susseguente cross deviato, da solo si libera di tre difensori usando il fisico, quello che viene dopo riporta al pareggio la formazione di Weiler che sta già cucendo lo scudetto sulla propria divisa. In pochi secondi Teodorczyk non cambia espressione, e dopo aver segnato un gol decisivo si volta e torna come se nulla fosse accaduto al cerchio di centrocampo, attorniato dai compagni esitanti di festeggiarlo nella dovuta maniera: Teodorczyk rivolge a loro sguardi glaciali, e solamente Dendoncker (non si sa con quale coraggio) lo ferma bloccandogli la testa per festeggiarlo, affermandogli la sua gioia; 22 minuti dopo Hanni lo serve in posizione regolare (il suo posizionamento lo rende un calciatore d’altra epoca, sempre attento a quando o meno partire), un 1 vs 1 contro il portiere che cerca di uscire coprendogli almeno il 40% della porta. Non vi serve sapere chi ha vinto lo scontro (magari basta controllare il tabellino marcatori) ma ciò che succede dopo è una delle pochissime dimostrazioni di umanità che l’uomo e non il calciatore Teodorczyk rende visibile a noi poveri superstiti di questo bellissimo gioco: una corsa di 90 metri verso la propria curva, inizialmente con uno sguardo glaciale che non lasciava presupporre nulla di buono, per poi far fuoriuscire una linguaccia ironica (non so se appresa da sua altezza Michael Jordan o dal nostrano Alessandro Del Piero) che va deliberatamente ad esporsi a tutto lo stadio per poi rientrare all’arrivo delle mani ricoperte dai guanti di Boeckx; l’abbraccio con il suddetto denota ormai una tranquillità raggiunta con se stesso e con il pubblico, che lo invoca adesso come l’aveva fischiato fino alla partita precedente, causa (per i ben informati) anche della sua esclusione nel big match avvenuto nel turno precedente. La rete del nostro connazionale Massimo Bruno 5 minuti dopo determina il risultato finale di 1-3, ma per chi ha avuto un punto di vista onirico sul match e totalmente disinformato sul risultato della partita, avrà sicuramente smesso di vederla quando il gigante polacco è stato richiamato in panchina in una standing ovation da parte di tutto lo stadio, anche dalla fazione avversa, avendo ottenuto uno spettacolo per chi ha saputo osservare, irripetibile: la stretta di mano di Weiler sembra alquanto forzata, ma da adesso a ciò che accadrà nei prossimi mesi del mercato non è lecito saperlo; per adesso ci godiamo lo spettacolo di un Anderlecht campione della Jupiler Pro League, e l’affermazione di un personaggio uscito dalle pagine di Nicolai Lilin, ovvero del suo romanzo più importante Educazione Siberiana, storia in cui Teodorczyk sarebbe potuto essere protagonista e co-autore.

Dalla partita ai ringraziamenti ufficiali del presidente Roger Vanden-Stock che ha selezionato tre uomini che hanno deciso questo campionato: Herman Van Holsbeeck, direttore sportivo e unica persona che ha creduto con fedeltà nel suo coach e nella sua relativa tattica, Weiler diventato simbolo di un nuovo modo di allenare sia dentro che fuori dal campo, ed infine colui che ha preso lo spogliatoio sulle spalle riuscendo a raggruppare tutti: il portiere Boeckx, oltre alla sua relativa efficacia in campo, è stata una colonna dello spogliatoio viola che si è avvolto attorno alla sua esperienza nei momenti neri della stagione.