Era fermo da fine stagione 2019-20 e, nonostante qualche proposta, non ha più accettato un contratto. Avevano pensato a lui anche la Salernitana e il Lecce per l’assalto alla promozione nel campionato scorso, ma Samir Nasri ha rifiutato ogni possibile avventura aspettando la chiamata del ‘suo’ Olympique Marsiglia. Una chiamata mai arrivata che lo ha portato a decidere per il ritiro dal calcio giocato, decisione già presa in considerazione dopo la squalifica per doping. L’autoemotrasfusione praticata ai tempi del Siviglia, seppur (a sua detta) fosse a scopo terapeutico, ha messo la parola ‘fine’ alla parabola di Le Petit Zidane che ha accettato la corte dell’amico Kompany prima di chiudere definitivamente la sua avventura calcistica all’Anderlecht.

 

Nasri

 

Di fatto, dopo la fine della sua avventura Citizen, Sami Nasri era già sul viale del tramonto della sua vita da atleta arrivando ad accettare il Siviglia in nome della libertà che gli veniva garantita da Jorge Sampaoli:

 

“Con Sampaoli avevo un ottimo rapporto, era più un amico che un allenatore.

Gli piacevo così tanto che mi ha detto: ‘Vieni a giocare da noi, puoi bere, andare in discoteca e fare quello che vuoi, ti copro io.

Tutto quello che ti chiedo è di giocare bene in campo nel weekend”.

 

Se ci guardiamo alle spalle, dimentichiamo il declino della carriera di Nasri in favore di quanto ha seminato nella sua campagna inglese. Ha fatto parte della “Fameuse Génération 1987”, che nel 2004 si erano laureati campioni d’Europa U17 conquistandosi la stima di tutto il continente. C’erano Benzema, Ben Arfa e Menez a guidare l’attacco: escluso l’ex romanista, il trio di francesi di seconda generazione venne presto soprannominato la B.B.B. (acronimo di “Black-Blanc-Beur” ovvero “nero, bianco e arabo”), degna erede della squadra che aveva trionfato ai Mondiali del 1998 e simbolo di una Francia sempre più multietnica.

 

Nasri

Per quanto abbia vinto la stragrande maggioranza dei suoi trofei con la maglia del Manchester City, la sua carriera ha spiccato il volo sotto l’ala di Arsene Wenger, che lo ha trasformato da futuro prospetto a realtà assoluta del calcio francese. La squadra del 2010-11 è stata forse la più funzionale a valorizzarne le caratteristiche con Robin van Persie e Cesc Fabregas nella migliore versione di sé stessi. Nasri trovò spazio da trequartista centrando la doppia cifra in campionato ed esaltandosi in campo europeo. I Gunners sfiorarono l’impresa contro un Barcellona capace di strapazzare Alex Ferguson nella finale di Wembley con un netto 3-1. L’andata era stata decisa dalla rimonta firmata da van Persie e Arshavin e nella gara del Nou Camp, la discussa espulsione dell’olandese per doppia ammonizione, di cui la seconda per allontanamento più o meno volontario del pallone, compromise una partita in pieno equilibrio. Dall’1-1 si passò velocemente al 3-1 per i blaugrana che si consacrarono padroni assoluti della competizione.

In quella stagione, il fantasista francese aveva mostrato di potersi sedere al tavolo dei più grandi mostrando tutta la sua bellezza con la solita qualità. Il rimpianto più grande è stato sicuramente non riuscire a trionfare né in Champions né in Nazionale nonostante il talento e l’età fossero dalla sua parte se pensiamo alla generazione che ha poi trionfato nel Mondiale russo. Nasri si iscrive all’albo dei ‘bravi alunni che non si applicano’ per la spiccata mancanza di professionismo dimostrata negli ultimi anni della sua carriera, ma soprattutto è uno dei più grandi ‘avrebbe potuto e non ha fatto’ della storia del calcio francese. Purtroppo è riuscito a mostrare soltanto una minima parte delle sue potenzialità. Ed è stato un gran peccato.