Ci sono partite che sembrano già essere indirizzate prima ancora di essere giocate, partite che non dovrebbero permette ai tifosi di sognare, partite che per qualcuno sono addirittura già scritte e sentenziate dalle divinità. Il calcio è però quello sport fatato e magico dove nulla è impossibile e anche se le assenze si fanno pesanti e le speranze di vittorie si riducono al lumicino, può sempre scattare la scintilla decisiva per il tocco sopraffino di un Genio venuto da est.

Era una notte del maggio del 1994 e con ormai i Mondiali negli Stati Uniti alle porte era l’ultima occasione per i club di potersi mettere a confronto e ad Atene quel giorno sarebbe stata assegnata la più importante Coppa europea. La neonata Champions League era ancora in fase di sviluppo, tanto che il cammino verso la finale fu molto cervellotico, con gare di preliminari prima di un girone da quattro che portava a uno scontro diretto in gara unica tra le prime due per decretare le finaliste. Non sorprese il fatto che fu l’unica edizione con quella formula che non piacque a nessuno, ma comunque riuscì a regalare al Continente la finale probabilmente tra le due squadre migliori: Milan e Barcellona. I rossoneri avevano faticato più del previsto nel primo turno con gli svizzeri dell’Aarau vincendo per 0-1 in trasferta e accontentandosi dello 0-0 nel ritorno di San Siro, prima di asfaltare senza problemi il Copenhagen. Il girone finale fu tutt’altro che una passeggiata, anzi furono parecchie le critiche inflitte all’undici di Capello per un andamento non propriamente lineare con le vittorie interne su Porto e Werder Brema che permisero di raccogliere i punti decisivi per il primo posto, a discapito di altri quattro deludenti pareggi, in particolare i due con il modesto Anderlecht. La paura venne spazzata via con il trionfale 3-0 in semifinale contro il Monaco, ma questa gara fu di gioia e allo stesso tempo di sconforto perché l’ammonizione a un Franco Baresi diffidato e l’espulsione ad Alessandro Costacurta fecero capire subito al Diavolo che in finale non avrebbe avuto il proprio muro difensivo. Dall’altra parte il Barcellona stava vivendo un periodo d’oro nella sua storia con Cruijff che si era rivelato straordinario tecnico, oltre che grande giocatore, e dopo la prima memorabile Champions League vinta nel 1992, i blaugrana erano pronti a concedere il bis grazie anche al grande acquisto dell’estate 1993: Romário. Il primo turno portò al brivido di Kiev, con la Dinamo che vinse in casa per 3-1, ma i catalani riuscirono a ribaltare il tutto al Camp Nou con un perentorio 4-1 e da lì in poi furono perfetti. L’Austria Vienna non rappresentò un ostacolo all’altezza e nel girone finale lasciò solo le briciole agli avversari, imponendosi nettamente al primo posto davanti a Monaco, Spartak Mosca e Galatasaray con tredici gol fatti e solo tre subiti in sei partite. La semifinale contro il Porto inoltre fu un dominio chiaro e netto con un 3-0 arrivato a termine di un calcio brillante e divertente, concluso magistralmente dalla splendida sassata dalla lunga di distanza di Ronald Koeman.

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Vuoi per il miglior gioco espresso, vuoi per il dominio dimostrato in tutta la competizione e vuoi per le pesanti assenze del Milan, per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica non vi erano grossi dubbi su quale delle due squadre si sarebbe laureata campione d’Europa e il fenomeno olandese decise di rincarare la dose. In barba a ogni forma di scaramanzia il più grande numero quattordici della storia disse in conferenza stampa che sicuramente avrebbero vinto perché Dio era dalla loro parte. Non si sa bene come abbia fatto a scoprire questa notizia, ma sicuramente l’Altissimo non prese molto bene questa uscita dell’ex Ajax vedendo poi come andò la partita e forse Johan si dimenticò che la Grecia è terra delle grandi divinità dell’Olimpo. Capello risistemò la difesa mettendo Tassotti a destra e spostando Panucci a sinistra, con Maldini che abbandonava così il suo ruolo preferito per fare il centrale assieme a Filippo Galli, ma soprattutto diede grande libertà al Genio Dejan Savićević che disputò una finale probabilmente perfetta. Il montenegrino divenne subito il grande protagonista a metà primo tempo quando raccolse un colpo di testa di Boban e con un delizioso stop di sinistro riuscì a superare un Nadal esterrefatto involandosi così verso la porta. Ferrer provò a chiudere l’azione ma arrivò in ritardo sbilanciandolo, ma così facendo permise al balcanico di crossare al centro, anticipando anche l’uscita di Zubizarreta, e mettere una perfetta palla per Massaro che dovette solo spingerla in rete per l’1-0. La fiducia eccessiva del Barcellona iniziava a essere seriamente messa in discussione, anche perché prima del vantaggio ufficiale era stato clamorosamente annullato per fuorigioco inesistente il vantaggio di Panucci, con il Diavolo che era in totale controllo della partita. Massaro e Donadoni ebbero altre grandi occasioni per il raddoppio, mentre in difesa Maldini riuscì a fermare un Romário che sembrava essere l’unico voglioso di cambiare le sorti della partita per i suoi, mentre l’altro grande atteso Stoichkov fu spettatore per tutti i novanta minuti. A fine primo tempo i rossoneri iniziarono a far girare magistralmente la palla senza permettere ai blaugrana di intervenire, fino a quando Donadoni non trovò sulla sinistra la decisiva percussione e scaricò all’indietro ancora per Massaro che di sinistro calciò al volo mettendo la palla all’angolino per il 2-0 a pochi secondi dalla fine del primo tempo. Capello rimase ancora una volta impassibile, sapeva che c’era ancora tutto un secondo tempo da giocare e il tecnico fu magistrale nel far mantenere alta la concentrazione e a inizio ripresa fu un trionfo. A inizio ripresa Albertini lanciò Savićević, con la palla che era decisamente troppo lunga, ma la sola presenza del montenegrino mise in difficoltà un Nadal sempre più spaesato che ritardò il rinvio facendosi soffiare palla dal numero dieci rossonero che da posizione impossibile decise di accendere la lampadina del Genio e di sinistro calciò di piatto al volo, dando vita così a un pallonetto dolce e letale che sorprese Zubizarreta per il tris che stese definitivamente i blaugrana. Il Barcellona non era mai stato pienamente in gara, ma nei successivi dieci minuti sparì completamente dal campo, con Dejan che colpì il palo da ottima posizione prima della dirompete progressione di Desailly per il 4-0 finale. Non si era nemmeno al sessantesimo, ma il Diavolo decise di non infierire oltre, accontentandosi di quella notte perfetta che lo portò per la quinta volta nella sua storia in vetta all’Europa.
Capello aveva annullato Cruijff con una partita tatticamente perfetta e giocata in maniera sublime dalla squadra che era stata perfettamente guidata dalla classe cristallina di Dejan Savićević, che dimostrò ancora una volta di essere “Bello di notte“. Divinità tirate in ballo, i Genio che si esalta come non mai e un Paolo Maldini in versione muro difensivo anche da centrale, anche e soprattutto questo permettono di dare vita a una “Partita leggendaria“.