Il rumor delle ultime ore è uno di quelli che fa sognare il calcio: Claudio Borghi ha chiesto a Juan Román Riquelme di andare a giocare per il suo nuovo club, la LDU de Quito.

Per quanto affascinante sembra difficile un ritorno sui campi di calcio di Román che ha appeso gli scarpini al chiodo quasi un anno fa e l’unica maglia che potrebbe vestire di nuovo è quella azul y oro del Boca Juniors.

Al Boca Juniors ha conosciuto anche il personaggio in questione, Claudio Borghi, uomo tanto carismatico e folle che potrebbe persino convincere l’ultimo diez a giocare una ultima stagione.

Ma chi è Claudio Borghi? Il nuovo allenatore della LDU de Quito è uno di quei personaggi che il Sudamerica ama regalare al mondo del calcio, un artista del gioco esaltato e frenato da una mente geniale che va a corrente alternata. Da bambino faceva il calzolaio, ma alla sua maniera: riparava le proprie scarpe, le portava ad un grande magazzino e le cambiava negli scaffali con delle scarpe nuove e se ne andava fischiettando.

Diventa un grande calciatore in Sudamerica sotto la guida di Don José Pekerman ma non riesce a completarsi a causa dei soliti problemi.

Al Milan lo ricordano seppur con un’immagine sfocata: lo ricorda bene invece Silvio Berlusconi che si era innamorato delle sue prodezze tecniche guardando la finale di Coppa Intercontinentale 1985 tra Argentinos Juniors e Juventus.

L’attuale presidente rossonero decise immediatamente di portarlo alla squadra che voleva comprare, l’Inter, ma Fraizzoli vendette la Beneamata a Pellegrini e allora Silvio ripiegò sulla metà rossonera di Milano, inizialmente scartata perché un mago aveva detto che gli avrebbe portato sfortuna.

Berlusconi rileva il Milan e nel 1987 compra Claudio Borghi: argentino con l’aspetto da indio e una bacchetta magica al posto dei piedi. Un giocoliere capace di fare qualsiasi cosa con un pallone: batteva i corner con la rabona e nonostante una grande capacità di staccare di testa si rifiutava di andare in area a saltare perché secondo lui “a calcio si gioca con i piedi”. L’approccio del “Bichi” (questo il suo primo e storico soprannome) col calcio italiano è da buttare: «perché correre per 5.000 metri se un campo da calcio è di 100 metri?» contesta a mister Arrigo Sacchi, che poi quando intraprenderà la carriera di allenatore diventerà il suo principale mentore.

Nessuna presenza col Milan, pochissime con il Como nella sua esperienza in prestito in riva al Lario. Torna a giocare in Sudamerica senza trovare però la squadra che esalti le sue qualità. Ingrassa notevolmente (il suo nuovo soprannome diventa “el guatón”, il pancione) e decide di passare dal campo alla panchina: se era un personaggio singolare come giocatore, da coach dà il meglio di sé.

La filosofia di Sacchi la impara a memoria e vince tantissimo soprattutto alla guida del Colo Colo, principale squadra del calcio cileno con cui conquisterà ben 4 campionati. In Argentina, come sempre nella sua vita, va a corrente alternata: si presenta in conferenza stampa  all’Independiente dichiarandosi un tifoso del Racing, squadra con cui il Rojo condivide una delle più accese rivalità del Sudamerica; dura tre settimane e viene esonerato. Poi vince il campionato con l’Argentinos Juniors, la squadra del suo destino, va malino col Boca e eredita da Bielsa la nazionale cilena.

Fonte: Olé.com.ar
Fonte: Olé.com.ar

In Cile è una star: l’Università Cattolica di Santiago gli ha persino assegnato una cattedra dove insegna storia, moduli e regole del gioco del calcio assieme al suo fidatissimo Hugo Rubio, detto “el Pájaro” con cui ha condiviso una fallimentare e breve carriera da procuratore chiusa in maniera ironica con la frase “lascio perché i giocatori cileni più forti sono già in Italia”.

Quest’anno comincia la sua prima avventura in Ecuador alla guida di una big del paese: Riquelme non ritornerà ma se proprio deve farlo è giusto che segua le folli idee di un personaggio come Claudio Borghi.