1987. Salto, Uruguay. Il nuovo anno è ancora agli arbori, è passata l’Epifania che, come di consueto, tutte le feste porta via ma a “casa Suárez” c’è ancora motivo per brindare: il 24 gennaio viene al mondo Luis Alberto, in futuro noto solo come Luis. Salto è la seconda città uruguaiana per numero di abitanti, dista quasi cinquecento kilometri dalla capitale, Montevideo e si affaccia lì dove il Fùtbol non può essere solo uno sport, è una questione di sangue: l’Argentina, nel particolare sulla città di Concordia. Il centro abitato argentino sorge in quella parte di territorio chiamato la “Mesopotamia” sudamericana e, trovandosi al centro di due fiumi, è ovviamente una regione votata all’agricoltura, all’allevamento ed alla caccia. Uno dei due corsi d’acqua che bagna questa terra è il fiume Uruguay che è, in parte, trattenuto dalla diga di Salto. In questo contesto il giovane Suárez inizia a conoscere uno dei migliori amici che un adolescente sudamericano possa avere: la bola. Vedere il pallone tra i piedi di Luis Alberto è meraviglioso, alterna giocate di pura classe ad un “killer-instinct“, tipico di un numero 9: come un cacciatore della Mesopotamia argentina fiuta la preda, Suárez assapora nell’aria il gol e, inevitabilmente, esegue senza perdere tempo; non è un caso che il suo soprannome sia “Pistolero“, è uno spietato calcolatore ed ha il sangue freddo tipico dei rettili. A Salto nel 1987 c’è qualcosa di magico, è come se chissà quale divinità abbia deciso di esagerare e regalare agli abitanti della città una freddezza sotto porta che pochi altri possiedono: 20 giorno dopo Luis Alberto, viene al mondo un giocatore che in Italia abbiamo avuto modo di apprezzare piuttosto bene: Edinson Roberto Cavani Gòmez, in arte “El Matador“.

Il calcio in Uruguay, però, è una faccenda che gira quasi ed esclusivamente attorno a Montevideo: DanubioPeñarol o Nacional. Luis sceglierà la terza, Edinson la prima ma nella stagione 2005-2006 sarà la banda del “Pistolero” a spuntarla e lui deciderà di tentare l’esperienza europea. All’ingresso della città di Salto, fu costruito un monumento in onore dell’architetto Eladio Dieste, la porta della sapienza, successivamente soprannominata “il gabbiano“. Dal condominio più alto della città “El Mirador” è possibile vedere questo monumento ed avere una visuale suggestiva dell’intero centro urbano. Si respira un’aria diversa in quel 2006, la porta della sapienza vorrebbe trattenere a forza Suárez ma quest’ultimo, come un gabbiano, ha ormai aperto le ali ed è pronto a spiccare il volo. Il ragazzo è piuttosto fortunato, finisce in un paese dove il calcio è puro almeno quanto nella sua nazione natale: l’Olanda. Il Groningen si assicura il suo cartellino per il prezzo irrisorio di 800 mila euro. Da lì in poi è come quando dal “Mirador” guardava verso il basso: una discesa rapidissima nell’olimpo del calcio.

In Europa sappiamo tutti come si è evoluta la sua storia, le sue vicende extra-calcistiche ma personalmente non mi interessano. L’altro giorno stavo guardando la Copa del Rey. Semifinale d’andata, Camp Nou, Barcellona-Valencia 7-0. Gli bastano 12 minuti per mandare in crisi Gary Neville, due gol e match già chiuso ma se sei il “Pistolero” non ti basta mai. Mancano quattrocentoventi secondi al termine della sfida, i blaugrana conducono per 5-0 risultato che, già così, permetterebbe a Luis Enrique di schierare al Mestalla la squadra C, neanche la B. Ma se sei il “Pistolero” non ti basta mai. Correia effettua un traversone piuttosto lungo sul secondo palo, è un pallone difficile, gli uomini in bianco lo battezzano fuori, fanno lo stesso dieci giocatori del Barcellona. Uno di loro no, perché se sei il “Pistolero” non ti basta mai: allunga in maniera innaturale il collo, colpisce il pallone, gol. Continua a cibarsi festante della carcassa morta proveniente da Valencia, è un cannibale ma non per le sciocche storie riguardo i suoi morsi, lo è perché non si ferma mai. E non lo fa neanche sul 6-0. Messi ne ha messi a referto 3, lui anche. La storia di essere il numero 2 dietro Messi, non è mai stata digerita da nessun giocatore che abbia calcato il manto erboso del Camp Nou, figuriamoci da chi ha convinto l’allenatore a cambiare il ruolo del giocatore che detiene cinque palloni d’oro. Tornando alla partita, Messi ha deciso di prendere un break dopo la tripletta, potrebbe farlo anche Suárez, ma se sei il “Pistolero” non ti basta mai. Arda Turan pesca intelligentemente in area l’ex-Liverpool a cui non serve neanche pensare: è un ottimo pallone ma andrebbe quanto meno stoppato, lui invece ha già visto che il portiere non è posizionato benissimo e in una frazione di secondo lo fredda sul suo palo, ridicolizzandolo ancora una volta.

Finisce male per il Valencia, 7-0. Suarez esulta anche per il suo quarto gol e, fiero, mostra i denti. Una persona del genere non ha mai avuto nulla a che spartire con il genere umano, è qualcosa di più. Non ha sentimenti, ha solo dei raptus emozionali nei quali decide di uccidere la preda, il suo fiuto del gol è paragonabile a quello che ha lo squalo con il sangue. Ad un giocatore del genere, così poco politically-correct, non verrà mai assegnato un pallone d’oro ma a lui poco importa, gli basta essere in cima alla lista dei predatori.