Vi racconto una storia. Questo articolo non avrebbe mai dovuto esser pubblicato qui. Lo scrissi per GolSerieA.com nell’estate del 2015, quando il Genoa era arrivato in Europa League salvo poi venirne estromesso dalla Licenza Uefa e il Cile il mese dopo avrebbe portato a casa la Primera Copa America. Quella vinta in casa, a Santiago de Chile, in uno stadio utilizzato perfino come campo di concentramento. La gioia è stata immensa, col climax ascendente durato per giorni e giorni fino allo scavetto liberatorio di Alexis Sanchez. En un partido dramatico, al Roja di Sampaoli aveva centrato l’obiettivo. Vi dicevo, l’ho scritto ma non l’ho pubblicato. Era finito in fondo alla lista delle bozze, cosicché me ne accorsi soltanto dopo e non mi parve giusto pubblicarlo così distante. Decisi di pubblicarlo ad un anno esatto da quel 4 luglio 2015, ma ahimé nel 2016 (con Europeo e Copa Centenario a mezzo) me ne scordai di nuovo. Quest’anno, in cui ho cominciato a collaborare per Footbola, il 4 luglio era ieri. Mi sono occupato di Grecia, poi avevo questo pezzo da pubblicare per le 20:00. Il fatto che la connessione internet sia improvvisamente saltata impedendomi di pubblicarlo può esser l’ennesimo indizio di una maledizione, di una sorte che non avrebbe mai voluto che questo articolo venisse pubblicato. E invece no, lo state leggendo ora. Perché anche se oggi è il 5 luglio, ho deciso comunque di metterlo. In barba ad ogni possibile eventualità. Non sarei riuscito a vederlo lì per altri 364 giorni, scusatemi. Come scrisse Manzoni, “quest’articolo non s’ha da fare”. O forse non era proprio così…

Disclaimer importante: NON è stata cambiata una sola virgola dal pezzo scritto nel 2015, proprio per non intaccare nulla. Buona lettura.

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Cinque.
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Quattro.
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Tre.
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Due.
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Uno.
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Via!

Obbligati a vincere. La storia passa da qui. “Niente è impossibile” recita lo spot girato in collaborazione coi minatori cileni sopravvissuti “alla morte”, citazione loro, dopo essere riusciti ad uscire, nell’agosto 2010, da 700 metri di profondità dopo 69 lunghissimi giorni. “Abbiamo già sconfitto la morte, noi non temiamo il “girone della morte”” era la motivazione estrema in previsione del Mondiale brasiliano, accompagnata da un vasetto riempito di quella terra che aveva intrappolato i minatori da spargere nel campo di allenamento della Roja durante la permanenza nel paese carioca. Possiamo dire che abbia funzionato, “santa trave” a parte. Ed ora, ad un anno di distanza, il Cile era chiamato al colpo grosso: è finito il periodo del Cile sorpresa ai Mondiali, di quella squadra progettata dall’ingegner Sampaoli in modo da reggere l’urto con le precedenti finaliste del 2010, Spagna ed Olanda, è troppo tardi per continuare a recitare la parte della squadra elogiata dalla stampa e dal pubblico ma mai realmente candidata a vincere qualcosa. E per farlo, quell’allievo del Loco Bielsa disposto addirittura a snaturare parzialmente il suo camaleontico 3-5-2 durante le varie partite in Brasile mettendo in serie difficoltà i superfavoriti padroni di casa, ha decisamente sviluppato uno schema più prudente rispetto all’arcinoto 3-3-1-3 dell’attuale tecnico del Marsiglia. C’è anche da coprirsi in questi casi, perché rischiare eccessivamente potrebbe spegnere tutti i sogni di gloria di una nazione che non può permettersi di non vincere anche questa volta. Il motivo? Semplice: questa settima edizione cilena della Copa coincide con il periodo in cui la Roja può contare probabilmente sulla migliore generazione di sempre della sua storia. Da Sanchez a Vidal, passando per Bravo, Aranguiz ed Edu Vargas: “siamo nel momento giusto per vincere qualcosa” le profetiche parole del Guerriero. Nel bene o nel male, hanno assaggiato il calcio europeo sufficientemente per poter uscirne migliorati, sia sotto un profilo squisitamente tecnico che per quanto riguarda lo stare in squadra. A Jorge Sampaoli, con una storia familiare sfortunatissima alle spalle, il compito di far esultare una nazione che non ha mai vinto niente. Metteteci poi che nelle altre 6 edizioni ospitate in quel di Santiago e dintorni la Roja è sempre uscita sconfitta (fino al 3 luglio era, insieme a Ecuador e Venezuela, l’unica nazionale a non aver mai vinto la Copa), e che un trionfo del genere per certi versi atteso più che sperato, ed eccovi il mix letale. Quando i 46000 dell’Estadio Nacional di Santiago hanno cantato l’inno (la Cancion Nacional, com’è più comunemente conosciuto), da una parte si vedeva chiaramente la trasposizione in campo dei tifosi sugli spalti, dall’altra era chiaro anche che il sentimento prevalente nella mente degli 11 in quel momento era una sorta di terrore. La mia reazione a ciò, io che non avevo mai visto una torcida dar così forza alle ugole per intonare tutti quanti insieme un inno, è stata una sola: paura. Perché è vero che la carica di giocare davanti al tuo pubblico è un fattore più che avvantaggiante rispetto ai tuoi avversari, ma bisogna considerare anche che una sconfitta davanti all’intera Santiago avrebbe certamente assunto proporzioni enormi. Chiedete conferma al Brasile, o meglio, provate ad avventurarvi per le strade di Rio parlando di “Mineiraço”.

I primi match della Copa hanno chiaramente messo in chiaro la gerarchia all’interno del girone: Cile trionfante contro l’Ecuador, Messico che pareggia contro la Bolivia. Per quanto riguarda la Roja, la presenza del presidente Michelle Bachelet (che pare avrebbe avuto una relazione con Bielsa ai tempi del Loco ct) ha fatto presagire che sarebbe stato un trionfo/ una tragedia per tutta quanta la nazione. E la pressione, si sa, è capace di stravolgere tutto. “Non abbiamo visto un Cile spettacolare” dirà Sampaoli alla fine. E’ vero, abbiamo visto una squadra decisamente migliore in altre occasioni, ma di certo quella di Jorge è stata tremendamente efficace questa volta. E in casi come questo in cui obbligati a vincere l’emozione di rappresentare il proprio paese in una kermesse di tale importanza può giocare brutti scherzi: l’orgoglio cileno, la trepidazione del buon Sampaoli in panchina, la presenza di una caldissima cornice di pubblico e altre mille varianti avrebbero potuto anche portare a controindicazioni. Attaccare su ogni pallone, esercitare un pressing altissimo ed estenuante sugli avversari, far prevalere il proprio gioco oltre ogni cosa: un modo certamente stancante di giocare, in quanto richiede tantissima corsa e profonda abnegazione oltre ovviamente a presupporre che la formazione sia ampiamente stata rodata al fine di velocizzare ed assimilare al meglio gli automatismi nella mente del suo ct. Alla fine comunque la Roja se l’è cavata con un calcio di rigore di Arturo Vidal ed una rete di Edu Vargas in contropiede (dando l’impressione per tutto il match di poter controllare il risultato e rischiando ben prima di chiudere la questione, vedi gli inserimenti di Sanchez). La sfida col Messico ha lasciato qualche patema in più come eredità, soprattutto per quanto concerne la fase difensiva. Qui apro una parentesi: da buon bielsista fino al midollo Sampaoli aveva usato un 3-4-1-2 stupendo tutti in Brasile dove serviva solo andare avanti finchè possibile e far bene in ogni match, ma qui, dove quel che importava era la vittoria finale e nient’altro, non ha affatto disdegnato di coprirsi un po’. Per il resto, a bilanciare Jimenez e Vuoso c’erano Edu Vargas e Vidal. Proprio lui che il giorno dopo ha scritto una brutta pagina di questa Copa, con il suo incidente. Di questo episodio, di cui forse parlerò a parte, voglio solo riportare una frase: “volete arrestarmi? Fotterete tutto il Cile”. Eccolo, il commento che abbinato ad un pugno ad un agente spiega meglio di ogni altra speculazione giornalistica la situazione. Di per sé non ci sarebbe niente di male, in fondo si sa che l’ubriachezza porta spesso a galla errate convinzioni, ma d’altra parte c’è sempre il buon vecchio detto “in vino veritas”. Se n’erano accorti i Latini che l’eccessivo uso di alcolici porta a galla segreti e in generale parole di cui non si vorrebbe mostrare l’esistenza, ma la spavalderia con cui l’ex Juve ha risposto a due oneste persone in servizio per la sicurezza di tutti onestamente colpisce. Andando più a fondo, è innegabile che quanto detto da Vidal sia condiviso da tutti. Perché Vidal è certamente uno tra gli elementi di maggior tecnica della Roja, se non il migliore, e il suo peso specifico nello spogliatoio è pari a quello di una bandiera. Chiederà scusa in mille salse Arturo, riceverà il sostegno della squadra in particolare da Medel, dimostrerà un grande cuore con la sua offerta di una macchina nuova e soldi al malcapitato coinvolto e soprattutto con un gesto ancor più nobile: la devoluzione alla Fundaciòn Emilia di tutti i suoi premi in questa Copa. Sampaoli glisserà sulla suddetta questione, ma è innegabile il rischio calcolato di tenere in nazionale un giocatore che avrebbe potuto spaccare in due non solo la squadra, ma anche (e peggio) l’opinione pubblica. Vedere come lo stesso Vidal, il collettivo e più che altro il Nacional di Santiago è stato lo scopo prevalente del match contro la Bolivia: non ha segnato, Arturo, ma il 5-0 offerto alla compagine di Mauricio Soria è stata una sentenza inappellabile. Cinque reti, 11 uomini che a tratti sembravano sincronizzati, un gioco a memoria e un ritmo che per quanto elevato e dispendioso di energie è stato portato avanti dal 1’ al 90’. Insomma, la reazione è arrivata, decisamente positiva da entrambe le parti in causa.

Ai quarti, è stata la scenografia di fondo a rubare il primo piano al match contro l’Uruguay, caratterizzato da una tensione mai vista. Pare intanto che Sampaoli al fine di caricare i suoi abbia riunito la squadra davanti alla pellicola di “Los 33”, film dedicato ai minatori citati ad inizio articolo, con lo stesso scopo abbia fatto un discorsone ai sui il ct Tabarez. E’ tornato in auge in Uruguay anche il messaggio che Diego Lugano postò sulla sua pagina Facebook l’anno scorso in vista del Mondiale: “ci piacciono le sfide difficili, ci esaltiamo coi giganti” il succo del messaggio, quasi già a presagire il quarto da giganti contro la superfavorita Roja. Riassumere la partita non è difficile: tanto agonismo, falli al limite del cagnesco, nervosismo mai visto, una sorta di guerriglia in mezzo al campo, un Cavani che complice il quasi contemporaneo incidente con vittima del padre Luis ha giocato una gara ectoplasmatica seguito da Rolan e gli altri davanti. Al 62′ Cavani, già ammonito, reagisce rabbiosamente ad una provocazione di Gonzalo Jara dimostrando di non esserci con la testa e l’arbitro Sandro Ricci lo butta fuori estraendo il secondo giallo ma rendendosi conto solo dopo che il Matador era già stato sanzionato. La partita cambia: l’Uruguay già per niente propositivo si chiude a riccio sperando di trascinare la partita fino ai rigori, mentre Sampaoli spinge i suoi a tirar fuori tutto il bielsismo che avevano dentro e di conseguenza gettarsi in avanti a testa bassa. Come se non bastasse, regala una delle poche apparizioni in questa Copa a Mauricio Pinilla. E’ l’81’ quando un altro Mauricio decide la gara: parlo di Isla, che capitalizza un geniale assist (come al solito) di Valdivia e fa cadere il fortino davanti a Muslera. Più che lecito chiedersi a cosa abbiano portato 80′ di difesa serrata ultracatenacciara all’Uruguay, ma questa è stata la scelta di Tabarez e anche i migliori a volte sbagliano. Santiago esplode: la festa è di un paese che sogna, o meglio continua a sognare. All’87’ viene espulso Fucile. […]