Cara Inghilterra, tiriamo le somme, parliamo di calcio. Parliamo di calcio in un mese dove di calcio si è parlato fin troppo. Usiamo la parola football, magari, per farti sentire più a tuo agio, ma parliamo di questo. Non di tutto ciò che ha condito la finale di Wembley. Parliamo di sport perché degli atteggiamenti barbari di alcuni tifosi – per fortuna non tutti – non mi interessa discutere.

Parliamo di calcio quindi, dopo un mese in cui di calcio si è parlato tanto, e male. In un mese in cui abbiamo ammirato come il calcio non sia solo un gioco e come la polemica sia più facile da elaborare rispetto alla critica costruttiva. Lo sa bene Southgate, l’allenatore bistrattato da molti per le sue scelte, ma che al di là di tutto ha ricoperto di dignità una squadra, conferendole una identità ben precisa. Il tutto per degli ideali, per portare avanti una rivoluzione calcistica essenziale per il calcio inglese troppo ancorato al suo, se vogliamo chiamarlo così, kick and run.

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Una difficile “rivoluzione”

Southgate non è stato l’unico. Ad inizio stagione avevamo parlato anche di Potter e Smith, maestri britannici del football, intenti a tenere il passo con questo mondo innescato in una sempre più repentina evoluzione. Parliamo di una Nazionale che ha provato a unire la fisicità con la tecnica, cercando di affinare il palleggio senza rinunciare ai solidi principi del calcio inglese, rendendoli  le proprie armi letali.

Dalla Nazionale inglese non ci dovevamo aspettare il palleggio dell’Italia o della Spagna. Southgate ha reso la difesa il punto forte di questa squadra: solida, attenta, abile sui calci piazzati, il tutto però sacrificando il lato offensivo. L’Inghilterra è la migliore difesa dell’europeo, lo abbiamo visto anche in finale, quanto è stato difficile fargli del male? Maguire è stato il difensore che ha vinto più duelli in questo europeo (21 su 25!). Infatti questo si sapeva, ma si conoscevano anche i limiti, è una squadra sterile in attacco. Certo, tenere fuori uno dei migliori giocatori di questa stagione di Premier, Grealish, non è stata di certo la mossa più azzeccata. Anche perché probabilmente negli ultimi 25 metri, avrebbe potuto far comodo per filtrare i palloni provenienti dalla mediana versione macina-recuperi, composta da due giocatori giganti come Rice e Phillips.

Mancava il brio lì davanti, in una zona ricca di talenti, ma che poche volte è stata veramente pericolosa. Eppure è strano, perché contro la Germania le verticalizzazioni ci sono state, i palloni puliti a Saka, Sterling e Grealish (quando ha giocato), sono arrivati. Southgate però, soprattutto in finale, è rimasto ancorato ai suoi ideali. Una scelta che ovviamente ha mosso qualche polemica, perché tante sono state infatti le critiche rivolte al ct. Una su tutte quella verso un’esclusione ai limiti dell’assurdo di Sancho, liquidata da Southgate con un semplice “Abbiamo molte opzioni esplosive in attacco e molti di questi sono giocatori giovani che stanno vivendo un grande torneo per la prima volta nella loro carriera. Mi trovo davanti a delle scelte da fare e Jadon è una di quelle“.

Una risposta che lascia il tempo che trova viste poi le scelte fatte durante il torneo. Anche senza Sancho però, l’Inghilterra è arrivata in finale riuscendo a giocare lo stesso un grande europeo. Non tanto per il livello di gioco proposto, ma per l’identità venutasi a formare durante il torneo, per una squadra che agli occhi dei tifosi è parsa apparentemente imbattibile. In più, cosa molto importante, si sono poste le basi per la nazionale del futuro. Perché si, Southgate ha lasciato un bel tesoretto (Andrà via? Verrà sostituito? ). L’Inghilterra infatti è un gruppo forse ancora acerbo e giovane ma sicuro dei propri mezzi.

L’Inghilterra ha un’eredità importante

Una squadra ricca di giovani 20enni, addirittura impegnati politicamente, fattore importante che fa ben sperare per il futuro. Come ha detto un grande allenatore, Pochettino:Il calciatore ha tempo e dovrebbe approfittarne non solo per allenarsi ma anche per sviluppare la sua mente e ampliare la sua cultura. C’è una realtà difficile la fuori ed è importante tenere i piedi per terra.

L’Inghilterrra è composta da tanti ragazzi consapevoli, pronti a voler entrare in campo per spaccare il mondo ma allo stesso tempo capaci di riconoscere i propri limiti in tutta la loro inesperienza e fragilità. Ma poniamo l’accento sulla grande organizzazione e l’impegno dell’FA nel costruire strutture per far crescere i giovani inglesi, per incentivare medici, fisioterapisti, match analyst, preparatori a dare il proprio meglio. Il risultato? Un gruppo compatto, ad un passo dal riportare il calcio a Wembley.

I tifosi inglesi si sono sentiti uniti più che mai. Il coro football’s coming home ci è entrato in testa come un martello pneumatico. Non si è fatta attendere la modifica da parte nostra, in occasione della vittoria finale, con l’ormai celebre “it’s coming to Rome“. Dagli spalti di Wembley da inizio europeo, l’aria era di festa, ci credevano veramente, ma il sogno si è spezzato proprio sul più bello. Dopo 55 anni di astinenza il trofeo sembrava lì a un passo, ma la doccia ai calci di rigore è stata freddissima. Da lì in poi tutto è cambiato, i supporter non hanno retto l’urto e la situazione è trascesa in peggio. Un tumulto di insulti, piombati addosso addirittura agli intoccabili dei Three Lions, come Grealish, accusato di non aver voluto tirare il rigore.

Ma cara Inghilterra, io voglio parlare di calcio, voglio parlare di futuro. Parliamo di sport, parliamo di cosa significhi, coesione, società. Parliamo di lotte, le lotte che fino ad ora hai portato avanti. Non è il momento di rendere vano ogni sforzo fino ad ora fatto. Non è il momento di buttare all’aria per via di qualche parola volata dalla bocca di qualche sciocco, trasportato dalla foga e dalla furia, tutto ciò che di buono avete fatto fino ad ora.

Cara Inghilterra, non sono qui per parlare di arbitri, di complotti tra l’asse Ceferin – Johnson. Sono qui per questa nazionale, che ha un gran futuro davanti a se. In finale però come ben sai, ci arrivano spesso e volentieri le squadre migliori. L’Italia si è dimostrata più forte, e la vittoria è stata giusta. Ma tutto ciò è solo l’inizio del percorso. Tiriamo le somme quindi, perché è stato un grande europeo, le basi ci sono, gli accorgimenti ci dovranno essere. Ora manca  poco, dai uno sguardo all’imminente Qatar 2022. Con un briciolo di esperienza proveniente dalla sconfitta, magari il calcio tornerà davvero a casa.