È il difensore per antonomasia, un’icona del calcio tedesco e il principale antagonista del calcio totale olandese a favore di un calcio fisico, fatto di ripartenze e contropiede. Un uomo che ha rivoluzionato per sempre il ruolo di libero, non più dunque ultimo baluardo a difesa del portiere ma giocatore capace di impostare il gioco svariati metri prima rispetto agli altri. Franz Beckenbauer intatti valeva per due in campo, marcatore di primo livello e uomo in grado di servire lanci illuminanti per esterni e centravanti e con il vizio anche del gol personale. Il tutto si completeva con un carisma e una leadership difficilmente eguagliabile nella storia del calcio e il soprannome il Kaiser fu azzeccatissimo ed anche la logica conseguenza.
Una vita nella sua città, in quella Monaco di Baviera che era diventata il simbolo della rinascita tedesca dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale e che verso la fine degli anni ’60 si riscoprì grande anche nel calcio. Perché oggi è incredibile da immaginare ma fino ad allora il Bayern era una squadra di secondo piano in Germania, capace di avere un solo anno felice nel 1932 dove vinse il suo unico titolo prima di tornare nell’anonimato e non riuscire nemmeno a far parte delle squadre che nel 1963 diedero vita alla prima Bundesliga. Beckenbauer iniziò proprio quell’anno e si fece le ossa nella seconda divisione diventando decisivo come grande uomo gol nell’anno della promozione dove concluse l’annata addirittura con diciassette reti. Stava nascendo una stella e dopo un paio di presenze nella massima divisione venne già convocato in nazionale da Helmut Schön, dove debuttò contro la Svezia in una gara di qualificazione al Mondiale. Da allora non uscì più di squadra e un anno dopo era a giocarsi la Coppa del Mondo in Inghilterra. Disputò un torneo sontuoso che lo vide debuttare con una doppietta alla Svizzera e altre due reti nelle sfide a eliminazione diretta contro Uruguay e Unione Sovietica. Favolosa la sua rete in semifinale dove riuscì a battere una leggenda come Jashin con un tiro dalla lunga distanza. Nella finale contro i padroni di casa Schön decise che l’avrebbe messo in marcatura a uomo su Bobby Charlton e l’uomo di punta della nazionale dei Tre Leoni venne annullato, ma nonostante ciò una tripletta di Hurst, con tanto di gol/non goal più famoso della storia, condannò i tedeschi.


Il Bayern intanto cresceva e stava diventando sempre più una squadra di rango e nel 1968-69 arrivò il secondo titolo tedesco della sua storia che associato alla Coppa di Germania, la terza vinta dal Kaiser e dai bavaresi, permise al club di mettere a segno uno storico double. La prima partecipazione in Coppa dei Campioni per Beckenbauer però non fu certo delle più felici. L’accoppiamento contro i francesi del Saint Étienne non fu tra i più abbordabili, e dopo aver vinto per 2-0 in Baviera la storia venne completamente ribaltata nella Loira dove i padroni di casa vinsero 3-0 passando il turno. Il Kaiser si sarebbe poi ripreso la sua rivincita sui Verdi di Francia. Il 1970 però fu soprattutto l’anno del Mondiale in Messico e Franz disputò un altro torneo fenomenale. Non fu così decisivo in zona gol come quattro anni prima, ma segnò due momenti decisivi nella storia di quella Coppa del Mondo. Il primo fu nei quarti di finale quando ci fu la riedizione della finale del 1966 e un’Inghilterra forse ancora più forte si portò sul 2-0 ipotecando così la semifinale. A suonare la carica per la rimonta ci pensò però Beckenbauer che con una sassata dai venticinque metri sorprese Bonetti e a seguito di quella rete arrivarono i centri decisivi di Seeler e Müller. Il secondo invece accadde nella leggendaria semifinale contro l’Italia quando, in uno scontro tra leggende con Facchetti, si lussò la spalla ma nonostante questo giocò tutti i centoventi minuti, ma alla fine la spuntarono gli Azzurri.


Finì con un altro podio il suo secondo Mondiale, ma dopo un 1971 di transizone iniziò l’era e il dominio del Bayern del Kaiser. In un emozionantissimo testa a testa con lo Schalke 04 i “Roten” si laurearono campioni di Germania, ma fu con il Mannschaft il vero trionfo. In Belgio si giocò la fase finale degli Europei e nel suo primo grande torneo con la fascia di capitano al braccio la nazionale tedesca sbaragliò la concorrenza, prima eliminando i padroni di casa in semifinale e poi rifilando un 3-0 in finale contro un’Unione Sovietica completamente annichilita dal predominio avversario. Beckenbauer disputò una finale da antologia dando l’impressione di essere in ogni luogo del campo e nonostante fosse “solo” un difensore France Football decise di premiarlo sui suoi compagni di squadra Gerd Müller e Günter Netzer che chiusero al secondo posto con settantanove voti, solo due in meno del loro Capitano.


Nel 1972-73 vinse un’altra Bundesliga, ma fu il 1974 l’anno perfetto e che consacrò Beckenbauer ancora di più a inmortale del calcio. Il Bayern vinse il suo terzo campionato consecutivo staccando di un solo punto il Borussia Mönchengladbach e per Franz fu ancora dolicissimo il ritorno a Bruxelles. La squadra di Udo Lattek arrivò fino in finale di Coppa dei Campioni contro gli spagnoli dell’Atlético Madrid e Schwarzenbeck trovò il pareggio all’ultimo secondo del secondo tempo supplementare e non essendoci ancora la regola dei calci di rigore venne disputata la ripetizione due giorni dopo. Le doppiette di Müller e Hoeneß mandarono agli archivi la partita con il nettissimo risultato di 4-0 e per la prima volta un club tedesco saliva sul tetto d’Europa. Eppure il meglio doveva ancora venire. Il 1974 fu infatti l’anno in cui la Germania Ovest ospitò per la prima volta un Mondiale e dopo un secondo e un terzo posto a Beckenbauer mancava solo un gradino per completare il podio. I tedeschi erano campioni d’Europa in carica e giocavano in casa ma l’Olanda sembrava essere arrivata da un altro pianeta e diede spettacolo per tutto il torneo, mentre il Mannschaft arrivò secondo nel primo girone dopo aver perso con i cugini della Germania Est, e si guadagnò la finale dopo soffertissime partite contro Svezia e Polonia. L’Olympiasfadion era gremito in ogni ordine di posto per la finale più attesa tra le due grandi favorite e pronti via gli Oranje passarono in vantaggio con un rigore di Neeskens. Sembrava l’inizio del trionto olandese, ma la Germania Ovest è dura a morire e già nel primo tempo ribaltò il risultato con Breitner e Müller e grazie a una difesa perfettamente orchestrata dal proprio Capitano il 2-1 non si modificò e il Kaiser alzò al cielo di Monaco di Baviera la seconda Coppa del Mondo della Germania, vent’anni dopo la prima.


Nonostante tutti questi trionfi France Football decise di premiare comunque Johann Cruyff con Beckenbauer che arrivò secondo per undici voti. Il dominio però del Bayern sull’Europa era appena iniziato e nel 1975 ecco il bis in Coppa dei Campioni con il 2-0 di Parigi sugli inglesi del Leeds, ma per completare la sua carriera mancava ancora qualcosa: la rivincita sul Saint Étienne. L’Hampden Park di Glasgow fu il teatro della terza finale continentale consecutiva per il Bayern Monaco e il cerchio andava chiuso proprio contro quella squadra che aveva reso tanto amaro il debutto nell’Europa dei grandi per i bavaresi del Beck. Come in tutti i loro ultimi atti i biancorossi giocarono in difesa, dando l’idea di dover passare in svantaggio da un momento all’altro fino a quando Franz Roth non trovò lo spiraglio giusto su punizione per battere Ćurković e l’1-0 bastò per far alzare al Kaiser la sua terza Coppa dei Campioni consecutiva. Inoltre quell’anno la Germania Ovest avrebbe dovuto difendere in Jugoslavia il titolo di campione d’Europa vinto quattro anni prima. Tutto lasciava intendere per una rivincita del Mondiale appena trascorso, ma la Cecoslovacchia eliminò l’Olanda in semifinale e per il Mannschaft sembrava essere una semplice formalità. A Belgrado però le cose si misero male con gli uomini di Jezek che si portarono sul 2-0, ma Dieter Müller e Hölzenbein portarono la sfida ai rigori. Hoeneß fallì però il quarto tiro e il beffardo cucchiaio di Panenka regalò una delle pagine più clamorose e inattese della storia dell’Europeo. La delusione fu tanta ma ci pensò France Football a dicembre a rasserenare Beckenbauer quando lo nominò per la seconda volta miglior giocatore d’Europa con novantuno voti contro i settantacinque dell’olandese Rensenbrink secondo e i cinquantadue del portiere cecoslovacco Viktor terzo.


L’età avanza però anche per i più grandi e a trentun’anni la forza di essere per tutto il campo non era più quella di un tempo e così alla fine della stagione 1976-77 prese una decisione clamorosa, quella di lasciare la Germania per andare negli Stati Uniti. Andò a New York per giocare con i Cosmos ed ebbe l’onore di giocare con Pelé dove vinse tre titoli statunitensi, dimostrandosi così un vero imperatore.
I ritmi del calcio europeo ormai non facevano più per lui ma a inizio anni ’80 decise di ritornare in patria ma questa volta per vestire la maglia dell’Amburgo. Vi giocò per due stagioni, ma l’età e gli acciacchi si sentirono eccome tanto che non riuscì mai a segnare con i Dinosauri, ma nel 1982 riuscì a vincere il suo quinto campionato tedesco.

A fine anno tornò nella Grande Mela per un’ultima stagione prima di apprendere le scarpette al chiodo e guidare ancora una volta la Germania Ovest, questa volta come commissario tecnico, alla vittoria di un titolo mondiale.
Di difensori come lui probabilmente non ce ne sono mai stati, capaci di abbinare classe e visione di gioco a un senso dell’anticipo sull’avversario come rare volte si è visto. Un Capitano, un motivatore, un Kaiser, insomma il solo e unico Franz Beckenbauer.