Sarebbe fin troppo scontato parlare dei 94′ del King Power Stadium, ieri sera, come dello screenplay meglio riuscito a Craig Shakespeare. Troppo chiara, l’omofonia con William. E non parlo a caso di omofonia, ossia di quella relazione tra due parole con stessa pronuncia ma diverso significato: l’unico lato che può accomunare Craig col celeberrimo drammaturgo è la contenuta distanza che separa Birmingham da Stratford-upon-Avon. Nemmeno 39 miglia, dunque in 45 minuti di auto sei arrivato. Il punto su cui preferisco premere è quello che maggiormente separa i due: William ha messo in atto una rivoluzione teatrale che si è configurata non solo nelle varie trame, ma anche e soprattutto nella messa in scena, nell’allestimento, nel non rispettare le unità aristoteliche di tempo, luogo e spazio, nel mescolare sapientemente tragedia e commedia in un tripudio altalenante di linguaggio a tratti sublime, a tratti volgare. Craig, che nell’ambiente Leicester lavora dal 2011, è invece un conservatore stretto: si è trovato a dover subentrare in corsa ad un mostro sacro quale King Claudio e l’ha fatto confermando il 4-4-2 come dogma (e palla a Vardy…).

Ora, evito di parlare del plot del match. Mi avrebbe fatto piacere esordire con qualcosa tipo “Shakespeare writes script”, ma il Daily Express mi ha preceduto, aprendo così dopo il match in cui è stato surclassato il Liverpool. Dunque ho dovuto andar a cercare altro, e l’ispirazione mi è giunta dalle prime parole che il buon Craig aveva pronunciato da manager delle Foxes nel post 3-1 del 27 febbraio. “I think some of it is human nature when people criticise you there is bound to be a reaction”. Approccio psicologico niente male, per uno chiamato a placare l’ira (dei tifosi, della stampa, specie quella italiana, del mondo) causata dal polverone dopo il Ranieri’s been sacked. In fondo Craig è meno dilly ding dilly dong di Claudio, certamente più british e conseguentemente più pragmatico. Parlando a proposito dei giocatori, ha spiegato come “they know they are guilty of underperforming”, mentre ha poi individuato due chiavi per tornare ad essere il Leicester. La prima, unity. La seconda, togetherness.

Sfocerei ancor più nel banale se elogiassi il teamwork di quelli vestiti di blu ieri sera, contro il Siviglia. In fondo, se ne parla da più di un anno. E allora comincio con un dettaglio, che certamente ai più di voi sarà sfuggito: sulle tribune del King Power Stadium, ad un certo punto, la telecamera ha perso di vista il blue wall per fermare l’obiettivo su un dettaglio, un piccolo striscione sul quale campeggiava la scritta “Thank you Leicester for nights like this”. Ammetto che, se la partita avesse preso la direzione del Siviglia, se uno tra Jovetic/Ben Yedder/Vitolo/Correa/Nasri o chi per loro avesse segnato, se i rojiblancos avessero passato il turno, beh, probabilmente non avrei citato questo particolare. Commovente, ma perfettamente eloquente: rappresenta l’emozione di chi arriva for the first time all’appuntamento con la storia. E in una città che fino all’anno scorso guardava con maggior interesse il rugby piuttosto che il football, in una città che nessuno conosceva come Fox bensì come Tiger, vivere certe serate di gala è inaspettato. Perchè se l’anno scorso Kanté & co hanno scritto la storia vincendo la Premier, quest’anno Slimani & co stanno facendo lo stesso in Champions. Mai nessuno, con quella maglietta blu, aveva osato varcare certi confini prima del 2 maggio 2016. O del 15 marzo 2017.

In fondo, la truppa capitanata da Wes Morgan è la prima a perlustrare i lidi della Champions. La prima ad ascoltare dal vivo, non in tv, quella musichetta che proprio un inglese, Tony Britten, aveva composto nel 1992. E da buon capitano della spedizione (dopo aver esplorato Bruges, Copenhagen e Oporto), ha segnato il gol dell’1-0 e poi è corso a mimare un monocolo quasi a voler indicare ai suoi la giusta rotta. Non un nostromo qualsiasi, ma un ammiraglio esperto (33 anni) che non vedeva l’ora di salpare per approdare alla meta tanto agognata. Ritengo interessante sottolineare come la sua deviazione decisiva sulla punizione di Ndidi (27′) sia avvenuta con la coscia. Ma poco importa, poca attenzione va riservata all’aesthetic. In fondo sulla panchina siede Shakespeare, non Wilde. E comunque, tornando all’esultanza dei giamaicano (il primo a segnare in Champions, eh), si vede come sistemi accuratamente lo strumento premunendosi di metter a fuoco l’obiettivo. E non si sa se stia guardando alla fine della partita, ai quarti di finale o ancora più lontano. Non ci è dato saperlo. Di certo, il suo gol ha aiutato e non poco il suo Leicester a raggiungere il suo target. Sarebbe bastato quello, invece è arrivato anche il raddoppio di Albrighton.

Marc Kevin Albrighton, fino a qualche tempo fa poteva esser confuso col quasi omonimo Mark (difensore centrale, una carriera in cadetteria). Oggi non più, sapete perché? Perché l’ala di Tamworth è parte integrante del Leicester, e anche se magari tra decine d’anni il suo nome potrà venir coperto dalla polvere della dimenticanza, certamente la storia parlerà sempre di lui. Il motivo è semplice: la prima rete in assoluto delle Foxes in Champions porta il suo nome.  E se non è di tutta questa bellezza (un semplice tap-in a porta vuota dopo un’uscita a farfalle da parte del portiere del Club Bruges, al minuto 55), rappresenta una pietra miliare della storia del club. Marc, che confessò di aver coronato il suo sogno nel momento in cui riuscì finalmente a vestire la maglia del club per cui tifava sin da bambino (l’Aston Villa, nel quale ha completato la trafila nelle giovanili raggiungendo poi l’approdo in prima squadra), non avrebbe mai pensato a cosa la sua carriera gli avrebbe regalato. La Premier, ottenuta nella rosa più underdog di sempre, nel campionato più competitivo of the world. E non solo. La prima marcatura in Champions, come detto. Anche ieri sera ha segnato, Marc, con una grandissima rasoiata dal cuore dell’area che non ha lasciato il tempo a Sergio Rico per tuffarsi. Un pallone che vagava nell’area sevillista senza un fine preciso, almeno prima che il winger delle Foxes decidesse di metter la sua firma e consolidare il passaggio ai quarti. 2-0, come detto. E mi piace pensare che tutto questo faccia parte di una sorta di credito nei confronti del destino, che il 26 giugno 2015 ha devastato la sua famiglia con la morte della madre di sua moglie, durante l’attacco terroristico in Tunisia a Susa.

Ma è stato anche il bad day di Vardy, quello in cui il numero 9 non è riuscito a pungere. Può capitare: come può capitare che al miglior sceneggiatore non riesca bene una scena, che a Miss Mondo compaia una ruga, che l’artista di successo produca un’opera al di sotto delle aspettative. Il pubblico del King Power Stadium, ieri sera, l’avrà immediatamente perdonato. Mi riferisco al 67′, quando al classe ’87 di Sheffield non è riuscita una facilissima conclusione in porta, all’86’ con un suo gran colpo di testa che ha trovato Sergio Rico a sventare la minaccia, ma ancor più all’88’ (davanti all’estremo difensore di Sampaoli, ha concluso alle stelle: se uno non avesse visto il numero dietro la maglia avrebbe stentato a riconoscere Jamie). Dall’altro lato della medaglia, una partita vissuta a ritmi incessanti. Una continua corsa, un pressing asfissiante ai difensori del Siviglia che hanno spesso e volentieri dovuto lanciare lungo in avanti (ma la fisicità del Leicester ha quasi sempre avuto la meglio: è un’interessante chiave tattica, questa): tradotto in parole spicce, un secondo prima lo vedevi intendo a indurre Pareja & friends all’errore, un secondo dopo eccolo a metà campo per far densità. Encomiabile. Ma non lo conosciamo certo oggi. E il siparietto comico annesso all’ultimo errore di cui ho parlato ha amplificato l’aspetto emotivo della vicenda (resosi conto della grandissima occasione sciupata, ovvero di non aver inflitto al Siviglia il colpo del ko, Jamie ha finto di prendersi a pugni). Non a pugni, ma a testate (pur esagerando vistosamente) è avvenuta la lite con Nasri. Dura da giustificare, ma un giallo a testa che Orsato ha estratto (per l’ex City è stato il secondo) e che Jamie ha guadagnato con furbizia. Nota negativa. Piccola dimenticanza, ritengo che sia grazie alla sua rete all’andata che il Leicester sia riuscito a qualificarsi. Clapping. Anche se Jamie hasn’t had a party, yesterday.

In ultimo luogo, fermo restando quel gran partitone di Christian Fuchs sulla sinistra (incredibile, in fase difensiva pressoché perfetto, in fase offensiva a tratti devastante), cercando di capire quanti polmoni abbia Shinji Okazaki (ma avete visto quanto ha corso?), oppure guardando l’impatto di Islam Slimani sul match, devo ammettere come tutto il team abbia giocato una gran partita. E non ho parlato di Shmeichel solo per tenerlo per la fine del pezzo. Dulcis in fundo, dicevano i latini. Bene, Kasper Peter Schmeichel (sì, anche il nome del padre lì in mezzo) ha deciso il doppio confronto con due (DUE, D-U-E) calci di rigore parati: al Sánchez-Pizjuán ipnotizzò Joaquin Correa, ieri la medesima sorte è toccata a Steve N’Zonzi. Ieri il rigore l’aveva causato lui, per un’uscita su Vitolo, e le telecamere hanno indugiato sull’evidente senso di colpevolezza del gigante di Copenhagen. Dopo il penalty (va detto, calciato malissimo dall’ex Stoke City) però, le telecamere sono corse sugli spalti ad inquadrare la faccia felice del padre, Peter, leggenda del calcio danese. E ci sono rimaste fino a quando l’ex United non ha tolto dalla sua faccia il sorriso. In fondo, come prima ho detto di come Marc Albrighton rischiasse di esser confuso con Mark, il discorso per Kasper è più duro: dover convivere con l’appellativo di “figlio di”, oppure “ma tuo padre è…” dev’esser stato davvero difficile. Feeling happy ’cause that happened. Se lo meritava, Kasper. E ieri s’è preso la scena anche per un paio di parate incredibili (su Nasri nel primo tempo, su Correa nel secondo). Questo, in quanto Foxes never quit. E ripeto il testo di quello striscione precedentemente citato: Thanks Leicester for nights like this.