Il 13 marzo scorso, tutta la Jupiler Pro League ha preso nota delle direttive del consiglio di sicurezza nazionale capitanato dal primo ministro Sophie Wilmes. La decisione di sospendere le gare ufficiali fino al 3 aprile è stata accolta con alcune riflessioni da parte dei club, che inizialmente hanno esercitato il diritto (non negato dall’ordinanza) di far allenare i calciatori nel proprio centro tecnico. Una scelta che in maniera lineare ha creato il malcontento in alcune società, con calciatori costretti a seguire un regime d’allenamento in condizioni sanitarie non ottimali. Tra queste spicca l’Anderlecht.

Lo staff e la prima squadra nei giorni seguenti alla decisioni di continuare con gli allenamenti hanno avuto duri scontri con la società, ancora non completamente convinti della gravità della situazione. I toni alti raggiunti nel quartier generale dei viola, hanno lasciato alcune crepe che difficilmente potranno essere risanate nei prossimi mesi. La dirigenza non ha rilasciato dichiarazioni in merito alle possibili partenze nella prossima sessione estiva, ma la squadra e lo staff sono stati messi in discussione.

Il 16 marzo, in seguito ad una riunione che avrebbe visto la partecipazione solo di capitan Vincent Kompany, di coach Frank Vercauteren e del presidente Marc Coucke, si è deciso per una chiusura totale del lato sportivo. A questa comunicazione è stata aggiunta anche la possibilità per gli atleti di ritornare nel proprio paese di origine, sempre sotto osservazione alimentare e fisica dello staff. Una scelta che ha lasciato strascichi nel club, che ha richiesto ai calciatori una misura preventiva sui propri stipendi, per facilitare il club nella gestione dei pagamenti dello staff. Una richiesta non gradita dai calciatori, andati a muso duro contro la dirigenza.

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Il primo a farne le spese è stato uno dei vice allenatori, lo svedese Pär Zetterberg. La sua vita con l’Anderlecht rende ancora di più l’idea della situazione finanziaria del club della capitale. Zetterberg è stata una pedina inamovibile del centrocampo belga dal 1989 al 2006, con un prestito allo Charleroi dal 1991 al 1993. Nel novembre 2018 era ritornato al centro d’allenamento di Bruxelles come vice di Hein Vanhaezebrouck, rimanendo anche dopo le sue dimissioni. Era stato uno dei primi a difendere la gestione manageriale di Vincent Kompany all’inizio di questa stagione sportiva, e solo pochi giorni fa il club ha comunicato attraverso i canali ufficiali, il suo licenziamento.

Secondo le voci all’interno della dirigenza dell’Anderlecht potrebbe essere il primo di una lunga serie, soprattutto registrando la richiesta di mettere in cassa integrazione tutto lo staff in questo momento non utilizzato per la parte tecnica. Anche le sorti di alcuni calciatori potrebbero essere a rischio, soprattutto il grande colpo invernale Marko Pjaca. Il giocatore, in prestito con diritto di riscatto dalla Juventus, percepisce uno stipendio molto alto per gli standard belga, ma soprattutto dovrebbe costringere la dirigenza a sborsare 12 milioni per l’acquisto a titolo definitivo. Una cifra ritenuta proibitiva in questo momento.

Negli scorsi giorni l’incontro tra calciatori e dirigenza aveva portato ad una richiesta del club di sospendere il pagamento degli stipendi per il prossimo mese. La reazione di alcuni calciatori, non disposti a perdere l’indennità, aveva reso i toni della conversazione infuocati. Solo l’intervento di capitan Kompany ha prevenuto una reazione peggiore, con l’ex Manchester City che si è proposto di firmare questo accordo, sostenendo con le proprie finanze la società. L’ex Manchester City avrebbe promesso di coprire anche la quota di coloro che non parteciperanno all’accordo, andando incontro alle difficoltà dello staff ormai sull’orlo del licenziamento.

Una scelta da capitano, che non ha assopito le rivalità interne ormai consolidate all’interno della società. Una scelta da capitano in una squadra che ha ormai perso la propria guida dirigenziale.