Le prime due sfide della Nations League hanno evidenziato ancor di più i limiti di un’Italia che non riesce a rialzare la testa dopo la fallimentare esperienza con Ventura e che deve al più presto fare i conti con la realtà: gli Azzurri non sono più, ormai da anni, una delle selezioni migliori del pianeta e neanche del proprio continente. La mia non vuole essere una visione disfattista ma una piena presa di coscienza per evitare futili illusioni che rendano più amaro il contatto con la realtà. Dopo la finale di Euro 2012 il declino della nazionale italiana ha subito un’accelerata clamorosa: esclusa la felice parentesi targata Antonio Conte, infatti, gli Azzurri hanno vissuto un escalation di figuracce che non sembra volersi arrestare. Trovare soluzioni a questo problema è, per usare un eufemismo, difficile ma ci sono alcune basi su cui ripartire ed alcuni errori che non vanno (più) fatti.

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Ripartire dal lavoro di Antonio Conte – Nel 2016 avevamo tanto apprezzato quell’Italia definita operaia, forse erroneamente o forse no, da un certo tipo di retorica sportiva. Gli Azzurri di Antonio Conte si fermarono ai quarti di finale contro la Germania (ai tempi campione del Mondo), solamente ai calci di rigore, lasciando a tutti un ottimo ricordo. Il materiale umano a disposizione dell’ex tecnico del Chelsea era, probabilmente, anche inferiore a quello attuale ma le cose funzionarono piuttosto bene. Grandi meriti vanno dati al commissario tecnico capace di fare fronte comune con i ventitré della spedizione transalpina ma, soprattutto, abile nel capire i limiti dei propri giocatori e di farli rendere in quelle che erano le loro posizioni naturali. Quest’ultimo punto è stato troppo spesso dimenticato da Ventura prima (Insigne mezzala, 4-2-4 sconclusionato con la Spagna, solo per citare due esempi) ed ora anche da Mancini (lo tratterò ampiamente dopo) mentre dovrebbe essere la soluzione naturale per una squadra non dotata di individualità fenomenali. Meno esperimenti, più concretezza: una risposta che ha avuto successo in passato e che deve essere la linea da seguire anche in futuro.

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Le certezze azzurre – Nemmeno è tutto nero però e come detto sopra non ho alcuna intenzione di fare il disfattista solo per gettare ulteriore fango su una selezione già impantanata. L’Italia deve ripartire da alcuni dei suoi punti fermi: indubbiamente Bonucci e Chiellini rappresentano la cosiddetta “Vecchia Guardia” ma ad oggi sono imprescindibili e l’assenza di uno dei due pesa come un macigno (e lo abbiamo notato ieri). Soprattutto il mancato impiego del figliol prodigo, tornato a Torino dopo una stagione a Milano, crea notevoli scompensi in una formazione che, quando Jorginho è costantemente pressato, non ha altre fonti di gioco. Il centrocampo è invece il reparto più difficile da inquadrare: Verratti dovrebbe essere il perno naturale ma più volte in nazionale non ha reso come sperato ed il centrocampista ora al Chelsea gli ha soffiato il ruolo di regista. Le mezz’ali restano variabili e probabilmente in questo momento neanche il Mancio ha un’idea precisa della sua Italia, però su una cosa si deve essere certi: mai più palloni alti gettati verso l’attacco se in avanti non gioca un Graziano Pellè (metafora Contiana, di quanto accaduto ad Euro 2016), in questo modo si sacrifica anche Immobile. Chiesa e Bernardeschi sembrano essere pronti a caricarsi sulle spalle le proprie responsabilità ed avere un ruolo primario in questa nazionale mentre da chi ancora ci si aspetta molto è indubbiamente Insigne che dopo il rapporto particolare con Ventura deve finalmente imporsi in quella che è la sua posizione naturale.

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Gli errori di Mancini – I primi mesi dell’avventura di Roberto Mancini sulla panchina azzurra sono stati caratterizzati da un limbo creato dai tifosi intorno alla figura del nuovo commissario tecnico: chi pro, chi contro. Il ‘Mancio’ ha cercato di dare freschezza alla rosa convocando in pianta stabile giocatori che nella precedente gestione recitavano il ruolo di comparsa e anche diversi calciatori ancora a secco di presenze in nazionale. Tra questi c’è l’esterno difensivo di destra della Spal, Lazzari che ha esordito proprio contro il Portogallo e che permette di allacciarmi ad un tema precedentemente trattato: collocare i giocatori fuori ruolo. Nel club estense Lazzari è abituato a giocare in una difesa a 5 il che presuppone che il terzino abbia le spalle ben coperte da un centrale di difesa cosa che non accade con la difesa a 4: Mancini ha fatto lo stesso errore che fece Ventura contro la Spagna posizionando Spinazzola come terzino sinistro in una linea a 4, con risultati che ricordiamo tutti. Sono sicuro che con calma l’Italia riuscirà a (ri)trovare una propria identità ma in questo periodo di vacche magre è importante non perdere di vista la concretezza e l’obiettivo, ovvero qualificarsi per gli Europei del 2020. Non è il momento delle invenzioni, non serve un’artista in panchina ma un ‘normalizzatore‘ e Roberto Mancini può essere quel tipo di allenatore, deve solo esserne consapevole.