Federico Chiesa, oggi al Liverpool, continua a dire no alla Nazionale. Per Gattuso è una questione personale, ma per me è la fine di un simbolo. Non per un infortunio: per scelta
Federico Chiesa non gioca in Nazionale da più di sedici mesi. L’ultima volta, 29 giugno 2024, l’Italia cadeva contro la Svizzera negli ottavi dell’Europeo in Germania. Da allora, più nulla.
Non convocazioni, non esclusioni tecniche: è lui che non vuole esserci, come ripreso e confermato anche da alanews.it.
Lo ha confermato Gattuso in questi giorni, con la sua onestà abituale: “La decisione è del giocatore”. E se lo dice uno come Rino, io gli credo.
Mi fa male scriverlo, ma Chiesa – uno dei talenti più puri che abbia visto con la maglia bianconera e con quella azzurra – si è fermato dentro prima che fuori.
Fisicamente, dopo quell’infortunio maledetto al ginocchio del 2022, si è ripreso. Ma la testa non ha mai seguito. E quando la testa non segue, il talento diventa una trappola.
Io me lo ricordo, quel Chiesa di Wembley: rabbioso, affamato, indemoniato. Oggi è un’altra persona.
È un giocatore che, a 28 anni, si porta addosso il peso di un passato che non riesce più a reggere. E questa, nel calcio, è la forma più triste della sconfitta.
Liverpool non è una cura, è una prova
Doveva essere la sua rinascita, il salto definitivo tra i grandi. Ma al Liverpool, Chiesa è solo uno dei tanti.
Otto presenze in Premier, due gol, un assist: numeri da gregario.
Il problema, però, non è Klopp, né il nuovo tecnico Arne Slot. È lui.
In un contesto feroce come la Premier League, dove la competizione ti divora, serve mordere ogni allenamento come fosse una finale. Chiesa, invece, sembra aver perso la fame.
La Premier è un mondo spietato, e non basta “essere stato Federico Chiesa della Juventus” per sopravvivere.
E in Nazionale, quella paura di fallire lo blocca ancora di più.
Gattuso lo ha detto chiaramente: lo rispetta, ma non lo aspetterà in eterno.
E fa bene. Perché la maglia azzurra non è un diritto, è una responsabilità.
La fragilità non può essere un alibi eterno
Capisco i problemi psicologici, li rispetto. Ma non posso accettare che un calciatore nel pieno della carriera decida di scomparire.
Per due volte, a settembre e a ottobre, Chiesa ha rifiutato la convocazione. A novembre, ancora silenzio.
Intanto l’Italia si gioca i playoff per il Mondiale 2026 e lui guarda da lontano, forse troppo lontano anche da se stesso.
Gattuso lo difende, e fa bene. Ma io, da ex juventino che lo ha visto infiammare lo Stadium e far impazzire le difese europee, non riesco più a riconoscerlo.
Non è questione di gambe, ma di testa. Di voglia.
Perché un campione vero non si “sente pronto”: si rende pronto.
L’azzurro non è un ricordo. È un dovere.
L’Italia non ha più spazio per gli eterni indecisi.
Gattuso sta ricostruendo un gruppo affamato, fatto di ragazzi che si sporcano le mani, che corrono, che sudano.
Se Chiesa non ha più quella fiamma dentro, allora è giusto che resti dov’è. Ma almeno che lo dica.
Perché questa attesa sospesa è peggio di un addio.
Mi dispiace dirlo, ma questo non è più il Chiesa di Wembley.
È un talento che ha scelto di fermarsi.
E in un calcio dove il coraggio vale più dei contratti, questa non è solo una resa:
è una rinuncia al proprio destino.
E io, che l’ho sempre considerato uno dei nostri, oggi mi sento tradito.
Perché non c’è nulla di più triste di vedere un campione scegliere di non esserlo più.
