Come un cerchio che si chiude, a distanza di 47 anni. Quelli che Niko Kovac compirà il prossimo 15 ottobre. Festeggerà il suo prossimo compleanno da allenatore del Bayern Monaco, il punto più alto della sua ancora giovane carriera da allenatore. Ma prima lo affronterà da avversario, con il suo Eintracht Francoforte, in quella che è con ogni probabilità la seconda partita più importante della sua carriera: la finale di DFB-Pokal 2018.

Per Kovac è la seconda consecutiva. Anche lo scorso anno è arrivato fino all’ultimo atto, salvo poi arrendersi al Borussia Dortmund. Quest’anno però il sapore è diverso, perché nonostante la sua apparente freddezza, il tecnico croato vivrà una serata piena di emozioni. Giocherà con il suo presente, la squadra che l’ha fatto grande, di fronte al proprio futuro. Nella città che rappresenta il suo passato e la sua storia personale.

Niko Kovac, croato di Berlino

Niko Kovac è croato di nazionalità (e di Nazionale), ma tedesco di nascita. I suoi genitori si sono trasferiti a Berlino nel 1970. E lì Niko è cresciuto, ha preso contatto con il pallone, ha mosso i primi passi da calciatore. Prima nel Rapide Wedding, piccolo club nei dintorni di Berlino – il cui nome è stato ripreso in seguito dal Rapid Vienna – e poi nell’Hertha Zehlendorf, una vera e propria scuola calcistica berlinese, da cui sono passati anche altri nomi importanti come Littbarski, Ziege e Ramelow.

Il passaggio all’Hertha Berlino ha chiuso il cerchio e lanciato Kovac nel grande calcio. Ha vestito maglie prestigiose come quelle di Leverkusen, Bayern e Amburgo, oltre all’Alte Dame, squadra con cui ha un legame fortissimo. Tanto che a 32 anni è tornato in bianco e blu. Berlino è la sua città, umanamente e calcisticamente. All’Olympiastadion ha giocato oltre 100 partite. Da allenatore ci torna per la quarta volta, alla ricerca della sua seconda vittoria. Quella più importante.

Il presente: da leader all’Eintracht

Tutte le tre volte che Kovac è passato tra le colonne dell’Olympiastadion da allenatore, sul petto portava il logo dell’Eintracht Francoforte. Una squadra che ha allenato per poco più di due anni, arrivando in punta di piedi nel marzo 2016 per centrare la salvezza al playout. E poi, nel giro di due stagioni, sfiorare l’Europa e andare due volte in finale di DFB-Pokal. In un ambiente ideale per lui, dove è diventato ben presto un punto di riferimento e un leader. Non solo per i calciatori, ma anche per i tifosi. I primi a esser stati delusi dalla nomina di Kovac da allenatore del Bayern.

Ma Niko ha saputo farsi perdonare. Non tanto in campionato, ma in Coppa: la vittoria, la prima dopo l’ufficialità, in semifinale in casa dello Schalke, alla Veltins-Arena, ha riportato entusiasmo. E c’è solo un modo per coronare al meglio questo entusiasmo, dilagante negli ultimi due anni e due mesi: portare die Adler alla vittoria del trofeo. Anche se di fronte c’è il quasi imbattibile Bayern di Heynckes.

Heynckes, il presente del Bayern, con Kovac, il futuro del Bayern.

Futuro, l’all-in Bayern

Quando arriverà al Bayern, Kovac troverà un ambiente di lavoro positivo. È una grande sfida e una grande responsabilità. Sono sicuro che il Bayern avrà grande successo anche con Kovac“. A incensare Niko è stato proprio Herr Jupp, colui che forse più di tutti è l’uomo-Bayern per eccellenza. Allenerà la sua ultima partita in carriera contro il suo erede, a cui cederà virtualmente il testimone. Un passaggio di consegne che è stato piuttosto criticato, perché Niko Kovac non ha convinto davvero tutti. Specie dopo l’ufficialità della notizia: l’Eintracht ha vinto solo due delle ultime sei uscite, perdendone quattro. E i dubbi sono cresciuti ancora.

Ma a Niko Kovac, in fondo, non importa. Non ha mai temuto le responsabilità, né da giocatore né da allenatore. E soprattutto, ha un’altra grande chance per prendersi la sua rivincita sugli scettici. A spese loro. Nella sua Berlino. Con il suo presente. Contro il suo futuro.