Il possibile ritorno di Sarri divide Napoli: fra nostalgia e Conte

Antonio Conte e Maurizio Sarri

Antonio Conte e Maurizio Sarri | ansa @Matteo Bazzi

Pasquale Luigi Pellicone

Maggio 8, 2026

Il nome di Maurizio Sarri accostato al Napoli è ormai molto più di una suggestione. Il presidente Aurelio De Laurentiis riflette, valuta e soprattutto aspetta. Perché il vero spartiacque resta Antonio Conte: finché il futuro dell’attuale tecnico non sarà definito, qualsiasi discorso resterà congelato.

Sarri divide Napoli: fra nostalgia e Conte

L’impressione, però, è che il vento stia soffiando forte in una sola direzione. La candidatura di Sarri ha spazzato via tutte le alternative. La nostalgia ha preso il sopravvento sulla progettualità e il richiamo del triennio dei 91 punti continua a esercitare un fascino enorme su una parte consistente dell’ambiente azzurro. Nel clima che accompagna il possibile ritorno dell’allenatore toscano circolano ricostruzioni quasi mitologiche: c’è chi sostiene che con lui il Napoli avrebbe vinto molto di più negli ultimi anni, chi rimpiange quel calcio estetico fatto di possesso, triangolazioni e dominio territoriale. Una visione romantica che oggi sembra prevalere sulla concretezza dei risultati ottenuti nell’era recente.La questione centrale resta però una sola: cosa accadrà con Conte? L’allenatore salentino è legato da un contratto pesantissimo e il suo eventuale addio comporterebbe anche una gestione economica delicata. Si parla di circa otto milioni netti ancora da sistemare, cifra che inevitabilmente condiziona ogni valutazione societaria.

Il peso di Conte e la scelta di De Laurentiis

Nel frattempo, però, la percezione attorno a Conte è cambiata radicalmente. Paradossalmente, dopo aver riportato il Napoli ai vertici, una parte della tifoseria lo considera un ostacolo all’evoluzione tecnica della squadra. L’idea dominante è che il club debba tornare a privilegiare il bel gioco rispetto alla cultura del risultato. Per questo il nome di Sarri piace tanto: rappresenta il ritorno a un’identità riconoscibile e a una narrazione calcistica che a Napoli ha lasciato un segno profondo. Dal 2015 al 2018 il tecnico toscano trasformò il Napoli in una delle squadre più spettacolari d’Europa, sfiorando lo scudetto e costruendo una connessione emotiva fortissima con il pubblico del Maradona. Dopo l’addio del 2018, Sarri ha vissuto esperienze molto diverse. Ha vinto l’Europa League con il Chelsea e conquistato lo scudetto con la Juventus l’ultimo della storia recente bianconera.

Il nuovo Sarri può funzionare

Il vero tema, però, riguarda l’evoluzione dell’uomo e dell’allenatore. Il Sarri di oggi non è più quello ideologico e integralista degli anni napoletani. L’esperienza accumulata negli ultimi anni sembra averlo reso più pragmatico, meno dogmatico e molto più disposto a interpretare le partite in maniera flessibile. Alla Lazio si è visto un tecnico differente: più attento alle fasi difensive, meno ossessionato dal dominio del pallone e perfino disposto ad abbassare il baricentro nei momenti di difficoltà. Un cambiamento sostanziale rispetto al “sarrismo” originario, diventato quasi una religione calcistica per una parte della tifoseria azzurra. Il Napoli di oggi, però, non è più quello di otto anni fa. Nel frattempo il club ha vinto due scudetti, è cresciuto economicamente e ha consolidato la propria struttura dirigenziale. Per questo motivo un eventuale Sarri bis potrebbe funzionare solo a una condizione: che sia un Sarri diverso, più maturo e più aziendalista.

 

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