La corsa alla presidenza della FIGC entra nella fase più delicata. Il nome di Giovanni Malagò continua a raccogliere consensi trasversali, soprattutto tra i club di Lega Serie A e le componenti tecniche legate ad allenatori e calciatori. Tuttavia, a pochi giorni dal 13 maggio — data considerata cruciale per definire gli equilibri federali — emerge una questione giuridica che rischia di complicare il quadro: il possibile divieto legato al cosiddetto “pantouflage”.
Cos’è il pantouflage e perché riguarda Malagò
Il tema nasce dall’applicazione della legge 190/2012, meglio conosciuta come “legge Severino”, introdotta per prevenire conflitti d’interesse e fenomeni corruttivi nella Pubblica Amministrazione. Il riferimento normativo principale è l’articolo 53, comma 16-ter, che limita per tre anni l’attività professionale di ex dipendenti pubblici nei confronti di soggetti privati con cui abbiano avuto rapporti istituzionali o poteri decisionali. È proprio qui che si apre il dibattito sulla candidatura di Malagò. L’ex presidente del CONI, il cui mandato si è concluso il 27 giugno 2025, potrebbe teoricamente essere soggetto a questo vincolo fino al giugno 2028. La questione ruota attorno alla natura giuridica della FIGC. Pur essendo affiliata al CONI, la Federazione calcistica è considerata da tempo un soggetto di diritto privato. Secondo alcune interpretazioni, dunque, il passaggio diretto dalla guida del CONI alla presidenza FIGC potrebbe rientrare nel perimetro del pantouflage previsto dalla normativa anticorruzione.
La strategia dei legali e la linea difensiva
Il fronte vicino a Malagò, però, respinge le perplessità. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa nazionale, il dirigente romano avrebbe già incaricato i propri consulenti legali di verificare la piena compatibilità della candidatura con la normativa vigente. La tesi difensiva sarebbe fondata su più aspetti. Innanzitutto, sulla qualificazione del presidente CONI, che non verrebbe equiparato automaticamente a un “dipendente pubblico” nel senso tecnico richiesto dalla legge Severino. Inoltre, i legali sottolineerebbero come il rapporto tra CONI e FIGC non configuri necessariamente quel legame diretto di controllo amministrativo richiesto per attivare il divieto. In sostanza, secondo questa interpretazione, non esisterebbero i presupposti concreti per applicare il pantouflage al caso Malagò. Da qui la convinzione, trapelata negli ultimi giorni, che la candidatura possa procedere senza ostacoli formali.
Scenario FIGC: il 13 maggio può cambiare tutto
Sul piano politico-sportivo, la partita resta apertissima. Malagò continua a essere percepito come il candidato in grado di aggregare il consenso delle componenti economicamente più forti del calcio italiano, in particolare la Serie A e parte del mondo tecnico. Dall’altra parte c’è Giancarlo Abete, attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti ed ex numero uno FIGC, figura che gode ancora di solide relazioni nel calcio territoriale e nelle leghe minori. Il nodo giuridico potrebbe quindi trasformarsi anche in una battaglia politica. Se dovessero emergere pareri contrari o interpretazioni restrittive sulla legge Severino, l’intero equilibrio elettorale verrebbe rimesso in discussione. Viceversa, un via libera definitivo spianerebbe la strada a Malagò verso una candidatura sempre più forte. Il 13 maggio rappresenterà quindi uno snodo decisivo non soltanto per il futuro della FIGC, ma anche per capire quale direzione prenderà la governance del calcio italiano nei prossimi anni.
