Voltare pagina può sembrare troppo semplice, a volte. La soluzione a tutti i problemi. Ma non è affatto così. E per l’Arsenal le difficoltà sono soltanto all’inizio. Perché  l’addio di Arsène Wenger rappresenta molto più di un semplice cambio in panchina. È la fine di un’era, la caduta dell’unica certezza rimasta ai Gunners. Un nuovo inizio difficilissimo sia a livello societario che in campo.

L’eredità dell’alsaziano non è soltanto un probabile e deludente sesto posto alla fine di questa stagione di Premier League. È un club moderno, uno stadio tra i più belli d’Europa, un bilancio in salute, oltre a diciassette trofei collezionati dall’ottobre del 1996. Venti stagioni consecutive in top four, una presenza fissa nella competizione d’élite europea. Aspetti che vanno molto oltre ai talvolta beceri “Wenger Out” urlati da qualche anno dai tifosi Gunners. E soprattutto difficilmente replicabili dal sostituto. Che, con ogni probabilità, è già stato scelto, proprio dallo stesso Wenger. Perché la sensazione è che Mr. Arsenal difficilmente lascerebbe il suo club in mano a qualcuno di cui non si fidi ciecamente.

Tracciare un profilo di chi avrebbe le caratteristiche migliori per sedersi sulla panchina dell’Arsenal dal primo luglio 2018 sembra addirittura semplice. L’esempio del Manchester United, che per il dopo Ferguson si affidò a David Moyes, è un chiaro monito. Aldilà degli aspetti tecnici, c’è bisogno di esperienza ad alti livelli, di personalità, per far voltare immediatamente pagina ad un gruppo indissolubilmente legato a Wenger. Soprattutto per chi proviene dall’academy o è arrivato nel nord di Londra ancora all’inizio della propria carriera. Perché questo non è il classico caso di allenatore con metodi antiquati che da qualche anno consegue risultati deludenti. È molto più anche della filosofia di gioco profondamente cambiata, del palleggio e della velocità dello stesso, sulla quale l’alsaziano ha saputo plasmare i propri Gunners nel corso degli anni. Dal boring Arsenal agli Invincibles, fino alla squadra esteticamente sopraffina ammirata nell’ultimo decennio.

Un percorso lunghissimo, fatto naturalmente di alti e bassi, da coronare con la vittoria in Europa League per lasciare il più bel ricordo possibile. Per provare a ricucire un rapporto con la tifoseria che sembra ai minimi storici. La notizia dell’addio è stata infatti presa con entusiasmo da buona parte dei sostenitori Gunners, da tempo desiderosi di un cambiamento. Ignorando però le difficoltà che questo comporta.

Il rischio è di dover attraversare un periodo di transizione prima di una rifondazione. Nulla è da dare per scontato in Premier League: il pericolo di sprofondare, in un campionato così competitivo, è da calcolare. Wenger questo lo ha quasi sempre evitato, almeno fino a questa stagione. Nella quale ha però spostato il focus sull’Europa League. A livello continentale la sua bacheca è ancora vuota: riempirla nell’ultima stagione, all’eventuale ultima partita dopo oltre mille panchine, sarebbe la perfetta conclusione di una storia già incredibile. Che, in ogni caso, dovrebbe chiudersi tra gli applausi e i ringraziamenti, verso chi ha dato tutto sé stesso alla causa dell’Arsenal FC.