La Liga vista dall’alto: storia di Nikola Žigić, il gigante del calcio spagnolo. Serbo ma indiscutibilmente legato alla Liga, la terra delle sue grandi avventure nel calcio che conta: 202 cm di altezza, record assoluto per la storia di questo campionato per 11 anni, fino all’arrivo di Lacina Traoré dello Sporting Gijón, che per un solo centimetro si è appropriato del primato dei giganti.

Ma parlare di Žigić solo per l’altezza è estremamente riduttivo, perché al di là della sua stazza record (abbinata sorprendentemente solo a un 42 di piede), il serbo è stato un centravanti in grado di lasciare un segno, non certo indelebile, ma comunque significativo in Spagna. Arrivò nel 2006 come grande promessa dell’allora Serbia-Montenegro, presentando sul curriculum 70 gol in 101 partite con la Stella Rossa, l’eccellenza del calcio nazionale. Solo che la sua prima tappa non fu certo nell’élite della Liga, anzi, la sua prima maglia fu quella del Racing di Santander, squadra all’epoca di metà classifica con qualche rarissima qualificazione europea.


(Photo by Jasper Juinen/Getty Images)

Formava una coppia d’attacco davvero insolita con Pedro Munitis, promessa mancata del Real Madrid: un gigante di più di due metri e un piccoletto di 169 cm, “El duo Sacapuntos” li chiamavano, una delle migliori coppie-gol del campionato in un’epoca in cui la Cantabria del calcio sapeva trovare la sua visibilità. L’esperienza al Racing, che in quell’epoca ha visto passare anche giocatori di ottimo livello come Ezequiel Garay e Sergio Canales, fu sicuramente ottima, ma è chiaro che la maglia più prestigiosa vestita da Žigić è stata quella del Valencia.

A Mestalla un’avventura controversa divisa in tre stagioni, di cui una disputata solo a metà per fare ritorno in prestito al Racing dove disputò uno strepitoso girone di ritorno. Medie più o meno simili anche negli anni migliori di Valencia, dove certo non è mai stato un titolare fisso, ma la sua progressiva scalata l’ha portato a ereditare una maglia prestigiosissima come la 9 del Moro Fernando Morientes.

Eppure a legare indiscutibilmente Nikola Žigić al Valencia non è un gol ma un calcio di rigore, o meglio, un calcio di rigore non assegnato. “Il rigore più netto della storia” secondo alcuni, per altri addirittura l’episodio che ha cambiato per sempre i destini di Valencia e Atlético Madrid. Siamo al quarto di finale di ritorno dell’Europa League del 2010, quando il Valencia di Emery si poteva permettere il lusso di giocare con David Villa, David Silva, Juan Mata, Joaquín e Jordi Alba in campo contemporaneamente, una vera e propria generazione d’oro.

L’Atlético invece viveva uno dei momenti più interlocutori della propria storia con Quique Sánchez Flores in panchina: le stelle erano di fatto due, per quanto fenomenali come Forlán e Agüero, a cui volendo si può aggiungere al massimo un giovanissimo De Gea. Ma era il contorno a essere carente rispetto all’élite del calcio nazionale. Eppure i Colchoneros passarono il turno, merito o colpa del fischietto tedesco di Florian Meyer, che non vide una clamorosa trattenuta in area di Juanito proprio su Žigić, che avrebbe segnato di testa.

Il serbo si alzò facendo vedere anche la maglia strappata, ma non ci fu niente da fare. Passò l’Atlético, che nonostante le difficoltà riuscì a vincere quell’Europa League, di fatot il torneo che ha gettato le fondamenta per costruire la Revolución Cholista. Il Valencia invece in seguito a quella delusione perse progressivamente tutti i suoi campioni, la presidenza entrò in conflitto con l’ambiente fino ad arrivare a stagioni disastrose in cui la squadra ha persino rischiato la retrocessione.

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(Photo credit should read GLYN KIRK/AFP via Getty Images)

Tutto cambiato per un calcio di rigore non dato, per un gigante fatto cadere a terra a cui è stato impedito di cambiare la storia. Žigić poi in carriera ha vestito anche la maglia del Birmingham, dove è trattato come un eroe per il gol che è valso la vittoria della storica Coppa di Lega del 2011 contro l’Arsenal, ma ha legato la sua vita a Valencia. D’altronde in Serbia non è voluto tornare, forse per i ricordi dei bombardamenti che ha vissuto da bambino, quando passò anche settimane in casa senza luce né acqua, o forse per un rapporto sincero con quella città in cui ha provato a dare tutto ma in cui anche per colpe non sue, non è riuscito a cambiare la storia.