“Dicen que nunca se rinde” non è solo una citazione dell’inno del Siviglia, quello che il flamenguista El Arrebato compose nel 2005, ma pure la frase motivazionale con cui – il 22 novembre 2017 – i Rojiblancos allenati da El Toto Berizzo riuscirono a rimontare tre reti al Liverpool, evitando la profanazione inglese del Ramón SánchezPizjuán. Pare che negli spogliatoi il tecnico ex Celta avesse, quella sera, rivelato ai giocatori di combattere contro un cancro alla prostata, motivo che avrebbe indotto tutti a voler dedicare un risultato positivo al mister. Ci riuscirono, sicché da 0-3 finì 3-3, con memorabile zampata al 93’ di Guido Pizarro, gesto tecnico che per la sua irripetibilità fece ridurre l’occhio dei riflettori su Wissam Ben Yedder che con la doppietta di quella sera si sarebbe laureato miglior marcatore europeo nella storia degli andalusi.
A farsi portavoce di quella épica reacción – come scritto dalla stampa – fu proprio il franco-algerino, che il 26 settembre precedente aveva portato a casa il suo primo pallone della Champions grazie a una tripletta contro il Maribor. Già allora Ben Yedder era un attaccante completo, tanto che le tre reti rifilate agli sloveni misero in mostra il suo repertorio in tutta la sua interezza (destro, sinistro, dal dischetto); ma solo con la doppietta al Liverpool – dove anche qui un gol fu realizzato su rigore – avrebbe però toccato quota 8 gol nelle competizioni europee, superando nientemeno che Frédéric Oumar Kanouté (7 reti) e Luís Fabiano “O Fabuloso” (6). Se dunque in Champions l’ex stella del Tolosa era noto ai più, ne La Liga mancava ancora quel quid che gli facesse superare il limbo tra gregario e top player: 11 reti in 31 partite al primo anno in Spagna, il 2016/17, 9 in 25 al secondo.
Detto fatto, quest’anno sul podio della classifica cannonieri iberica c’è la matricola Christian Stuani. Ben Yedder non è nemmeno il miglior marcatore del Siviglia, dato che le sue 5 reti sono offuscate dalle 7 dell’ex delusione milanista André Silva, ma questo non deve indurre all’errore di ritener il franco-tunisino un companatico del portoghese. Con lo stesso disincanto con cui si osserva il Siviglia primo in campionato, la crescita esponenziale di Ben Yedder è certamente l’elemento di maggior spicco in casa di Pablo Machín. Il tecnico del Girona da applausi lo scorso anno ha certamente avuto in dote un Silva tornato letale come ai tempi del Porto, ma pure un Ben Yedder che sembra finalmente essersi sincronizzato coi ritmi frenetici – e le difese non impenetrabili – del calcio spagnolo. Tanto che, guardando con occhi socchiusi il Siviglia giocare, è impossibile non scorgere una parvenza della sua tipica tecnica da calcetto.
Nato a Sarcelles il 12 agosto 1990, stesso posto ma un anno prima rispetto a Riyad Mahrez, Ben Yedder crebbe tra i parchi del sobborgo parigino, allenandosi a tener il pallone attaccato tra i piedi il più possibile. Lo street football gli diede una certa leggiadria in fase di possesso, gli spazi stretti e angusti gli insegnarono l’importanza di un buon controllo – e della velocità – nel dribbling. A 17 anni già faceva ammattire i difensori avversari nella quinta serie francese di futsal, prima che il Tolosa decidesse – ricordando un po’ la lungimiranza del Sassuolo con Domenico Berardi – di dargli una chance nei campi di Ligue 1. L’azzardo pagò, ma il tecnico Alain Casanova dovette impegnarsi particolarmente per insegnare a Benyebut i ritmi del calcio a undici.
Le difese fisiche del calcio francese furono inizialmente un ostacolo troppo duro per Ben Yedder, che però a furia di contrasti persi imparò a spostare la contesa su un piano tecnico. Alto 170 cm, non v’erano altre soluzioni per farsi valere se non sfruttare il suo cambio di passo e la sua rapidità così da muoversi sull’intero fronte offensivo. Tecnicamente sopraffino, Wissam segnò 15 gol nel 2012/13, 16 l’anno successivo, 14 al terzo e 16 al quarto. In totale, contando tutte le competizioni, ha farcito le sue 174 presenze a Tolosa con 71 reti e 21 assists. Finì nella top 11 all time stilata nel 2017 per festeggiare gli 80 anni del club, accanto a Gignac, poi salutò accettando la corte del Siviglia.
A Nervión, Ben Yedder arrivò nel luglio 2016, agli albori della gestione Sampaoli, in uno stormo di mezzepunte da amalgamare: Correa, Vázquez, Kiyotake, Ganso, Sarabia, Nasri e Vietto. Nell’insieme ci si era dimenticati del talento provenuto dall’Île-de-France, che giocò a nascondino ma preparò la sua ascesa. Se nel 2010 Ben Yedder mise piede per la prima volta nella nazionale francese di futsal, il 20 marzo 2018 veniva convocato tra Les Bleus per la prima volta: dato il sovraffollamento offensivo in rosa dei futuri campioni del mondo non stupisce che Ben Yedder sia stato fatto fuori dalla lista dei convocati per la Russia, ma quella lettera arrivatagli a casa è stata l’ennesima celebrazione della sua crescita, a pochi giorni dalla doppietta in Champions League con cui aveva eliminato – praticamente da solo – il Manchester United di Mourinho. E sebbene a Siviglia fosse per tutti “El Miarma”, in Francia coniarono un’espressione per definire il suo stile di gioco: attaquant de poche, coltellino multiuso. Da seconda punta, trequartista o ala, poco importa: Ben Yedder è il vero asso nella manica di questo sorprendente Siviglia.