L’ennesimo sogno d’Europa terminato per l’Atlético Madrid. No, la Champions non è la sua coppa, anzi: è l’unico titolo internazionale che non è stato festeggiato sotto la Fuente de Neptuno e per tre volte si è dovuto arrendere in finale. Eppure questa sembrava l’annata buona, non tanto per il valore della rosa che forse è sceso rispetto a quella di tre anni fa, ma perché tanti indizi suggerivano che quest’anno c’erano gli spazi per il miracolo.

La finale al Wanda Metropolitano, l’eliminazione pregressa del Real Madrid, l’unica squadra che in questi anni aveva eliminato l’Atlético nella fase a eliminazione diretta. E poi quella partita all’andata, la grande impresa della stagione, quella in grado di ricordare le migliori partite contro Barcellona e Bayern. E invece no, i limiti sono venuti fuori: caratteriali non tanto, ma tattici e soprattutto tecnici in maniera esponenziale.

C’erano tante assenze da entrambe le parti ma la Juventus ha trovato una soluzione perfetta ai suoi problemi, reinventando una squadra nella disposizione ideale per questa partita. L’Atlético invece ha sofferto sulle proprie cicatrici: non ha trovato una soluzione all’assenza di Lucas Hernández e Filipe Luis sulla sinistra, ma soprattutto ha perso tutto il suo filtro senza Thomas. Il ghanese è fondamentale per queste partite del genere: d’altronde Gabi non è più all’Atlético Madrid e in mezzo al campo serve quella persona in grado di far passare il minor numero di palloni possibile. Con la sua assenza Saúl è stato costretto a passare dalla fascia al centro e il suo posto è stato preso da un Lemar totalmente fuori dalla partita, cambiato poi con Correa che quantomeno ha provato a scuotere un attacco senza mordente.

La disposizione a quattro centrali di centrocampo rappresenta la vera forza dell’Atlético Madrid: una sorta di cerniera che chiude il possesso palla avversario. E nella partita contro la Juventus il problema è stato principalmente lì: il sostegno sulle fasce era più debole per l’accentramento di Saúl, la parte centrale era più fiacca senza i muscoli di Thomas, e tra le linee c’era spazio per far brindare giocatori tecnici e rapidi come Bernardeschi.

Tatticamente messo in ginocchio l’Atlético, che su una partita messa sul piano tecnico difficilmente riesce a competere con le big. Non lo fa in Spagna, dove in campionato perde regolarmente contro Barcellona e Real Madrid; non lo può fare in Europa, dove riesce a trovare qualche acuto come l’ottavo di andata ma senza avere quell’effetto sorpresa che lo portò in finale tre anni fa.

Ma in fondo l’Atlético Madrid è questo: una squadra incompiuta che si aggrappa a un’identità che non può fare sempre la differenza. In una partita sono usciti tutti i limiti dei ragazzi di Simeone: forse fin troppo bravi al Wanda, nell’ultima partita europea in casa di una squadra che sognava di giocarci altre tre volte.