Quando si gioca nel reparto arretrato è difficile essere considerati il migliore al mondo, figuriamoci se si dovesse giocare in porta. Tanti grandi numeri uno sono riusciti a prendere molti voti nella classifica del Pallone d’oro arrivando tra i primi cinque, ma alla fine c’era sempre qualcosa che frenava i giudici. Solo un portiere riuscì nell’impresa di vincere il più ambito premio personale e quel qualcuno fu Lev Jashin. Una vera leggenda del calcio post Seconda Guerra Mondiale, un estremo difensore maestoso perché riusciva a essere rapidissimo negli interventi nonostante avesse una mole che incuteva timore negli avversari. Straordinario para rigori, furono oltre cento i tiri dal dischetto neutralizzati in carriera, e spericolato ed efficace kamikaze delle uscite. Soprannominato da tutti “Il Ragno nero” perché vestito completamente sempre di quel colore e perché proprio come un aracnide con la sua tela era in grado di arrivare ovunque.


Nacque a Mosca nel 1929 e fin da subito entrò nella squadra che lo avrebbe reso celebre, la Dinamo Mosca. La storia alle volte regala dei momenti strani e Jashin non iniziò al meglio la sua carriera calcistica tanto che i dirigenti biancoblu decisero di mandarlo nella squadra di hockey su ghiaccio tenendolo solo come riserva del titolare Alksej Chomič. È incredibile da credere ma uno dei più grandi portieri di sempre fino a ventiquattro anni era una riserva e titolare solo di un altro sport. Divenne il numero uno solo quando Chomič si infortunò nel 1954 e da lì tutto non fu più come prima. Jashin divenne un titolare inamovibile e già dal settembre di quell’anno divenne il principale estremo difensore della nazionale sovietica dopo aver debuttato con un 7-0 sulla Svezia. Vinse subito due campionati consecutivi, ma fu nel 1956 che il mondo si accorse di lui.
In quegli anni l’Olimpiade aveva ancora un valore significativo e fece effetto vedere l’Urss trionfare vincendo così la medaglia d’oro. Un successo inatteso per una squadra che fino ad allora non aveva mai disputato un Mondiale. Il Ragno Nero fu il titolare di quella squadra che, in barba al calcio super offensivo del tempo, sapeva bene l’importanza della difesa e in tutto il torneo subì solo due reti. Nella finale contro la Jugoslavia furono i “brasiliani d’Europa” a dominare la sfida ma sbatterono sempre contro un muro umano e in uno dei pochi attacchi sovietici fu Ilin a trovare l’1-0 che valse l’oro. L’Europa guardava ammirata questo fenomeno tra i pali e a fine anno arrivò quinto nella classifica del primo Pallone d’oro di sempre, chiaramente miglior portiere d’Europa.


Dopo la vittoria nel 1957 del terzo titolo di campioni dell’Unione Sovietica con la sua Dinamo, venne convocato nel 1958 per il primo storico Mondiale per l’Armata Rossa. Inserita in un girone infernale con Brasile, Inghilterra e Austria nessuno dava molte chance a campioni olimpici in carica, ma la squadra andò oltre ogni aspettativa. Contro la nazionale dei Tre Leoni finì 2-2, dopo che i sovietici andarono sul 2-0, causa anche un terribile fallo di Kevan su Jashin che gli causò gravi problemi alla mascella. Questo però non influì sul suo proseguo del torneo e contro il Das Team mantenne la porta inviolata per il 2-0 finale. Una doppietta di Vavà però obbligò la squadra allo spareggio ancora contro l’Inghilterra e fu un vero e proprio tiro al bersaglio. L’Urss sembrava destinata a capitolare da un momento all’altro, ma il suo uomo migliore arrivò su ogni pallone e a metà secondo tempo fu Ilyin a trovare il punto decisivo per la qualificazione ai quarti di finale. L’avventura finì nel turno successivo contro i padroni di casa della Svezia, ma i sovietici avevano ben impressionato e si stavano preparando a entrare nella storia.
Nel 1960 infatti si disputò in Francia il primo Europeo della storia e dopo un lungo torneo di qualificazione rimasero solo quattro squadre a contendersi il titolo. Causa anche il rifiuto della Spagna di Franco a voler giocare contro la nazionale che più rappresentava il comunismo, l’Urss fu tra queste migliori. Se a Parigi Francia e Jugoslavia si sfidavano a suon di ben nove gol con un incredibile punteggio di 5-4, a Marsiglia i ragazzi di Kachalin diedero esempio di grande solidità di squadra in tutti i reparti. La Cecoslovacchia venne annientata con un 3-0 netto e si spalancarono così le porte della finale ancora una volta contro i balcanici. Al Parco dei Principi vi erano i tecnici e giocolieri slavi contro i fisici e catenacciari sovietici e la sfida si decise solo a metà secondo tempo supplementare quando Ponedelynik trafisse Vidinić per il 2-1 finale. A tempo quasi scaduto ci fu la grande occasione del pareggio ma Jashin alzò la saracinesca e potè così laurearsi campione d’Europa. Fu un momento indimenticabile il ritorno a Mosca con la Coppa coronato da un memorabile giro di campo con gli spalti del Luzhniki gremiti come non mai.


L’apice sembrava essere raggiunto e ci accorse di un calo del Ragno Nero al Mondiale in Cile del 1962. Il suo rendimento fu abbastanza deludente con la gara con la Colombia immagine della disfatta con quattro subiti, uno addirittura da calcio d’angolo. A trentatre anni sembrava ormai giunto il momento di lasciare spazio a suoi colleghi più giovani tanto che inizialmente dichiarò il ritiro. La scelta fu fortunatamente revocata perché nel 1963 era pronto a dare il meglio di sé. In campionato la Dinamo Mosca vinse il suo decimo titolo subendo pochissimi gol e con Jashin in porta furono soltanto sei le reti subite a fine torneo. Un andamento pazzesco e a confermare ancora di più il suo anno d’oro ci fu la doppia sfida contro l’Italia valida per le qualificazioni a Euro ’64. Dopo aver perso per 2-0 a Mosca gli Azzurri avevano bisogno di un’impresa all‘Olimpico di Roma e la squadra giocò bene e compatta riuscendo a guadagnarsi anche un calcio di rigore. Dagli undici metri andò Mazzola, ma il tiro del nerazzurro fu fiacco e debole e Jashin bloccò la conclusione. A fine partita, chiusa con il risultato di 1-1, Sandrino dichiarò che si sentiva come ipnotizzato e sebbene si fosse accorto del movimento anticipato di Lev non riuscì a cambiare la direzione della palla. Con settantatre voti France Football lo premiò come miglior giocatore d’Europa superando così i cinquantasei di Rivera e i cinquantuno di Greaves. Fu un momento magico e unico per la storia di questo meraviglioso e spesso sottovalutato ruolo.


Giocò ancora fino al 1971 e a trentasette anni disputò un fantastico terzo Mondiale in Inghilterra sfiorando l’impresa. Dopo il secondo posto agli Europei in Spagna di due anni prima c’era molto interesse verso la compagine sovietica, ma il portierone non era al meglio della condizione. Nel debutto contro la Corea del Nord giocò infatti il georgiano, e titolare degli acerrimi rivali della Torpedo Mosca, Kavazashvili ma per la decisiva sfida contro l’Italia venne rimesso tra i pali il mitico Lev. Un gran sinsitro di Cislenko diede la vittoria all’Urss e nell’ininfluente terza gara contro il Cile l’ex Pallone d’oro potè tornare in panchina per riprendersi al meglio. Nei quarti di finale di Sunderland contro l’Ungheria giocò una partita strepitosa fermando gli attacchi di Albert e compagni in varie occasioni e il 2-1 finale portò l’Armata Rossa per la prima volta tra le migliori quattro del mondo, un traguardo mai più eguagliato. La Germania Ovest risultò però fatale e anche nella finalina fu il Portogallo a consolarsi con il bronzo, ma nonostante l’Inghilterra avesse vinto con in porta un campione come Gordon Banks, fu Jashin a essere nominato il migliore della competizione.
Giocò ancora qualche anno e venne addirittura convocato per il suo quarto Mondiale in Messico, anche se solo come uomo squadra e terzo portiere dato che la sua ultima presenza in nazionale risaliva al 1967 in un 4-0 alla Grecia. Si ritirò il 27 maggio 1971 in una sfida contro le stelle di tutto il mondo al Luzhniki davanti a oltre centomila spettatori, ma sarebbero stati molti di più se l’impianto l’avesse consentito. Morì giovane a soli sessant’anni per un cancro allo stomaco e il mondo del calcio pianse la sua intramontabile leggenda.
Un portiere come raramente se ne sono visti nella storia, una longevità straordinaria e una capacità di dirigere la difesa all’avanguardia per i tempi. Il Ragno nero ha tessuto la sua tela per ventidue fantastici anni diventando così un immortale, l’immortale Lev Jashin.