Nel mondo del calcio, le storie di redenzione hanno sempre costituito un importante filone narrativo. Molto spesso, dietro ogni grande cavalcata, c’è almeno una storia di riscatto sociale, economico e, infine, calcistico.

Anche l’incipit della carriera di Andrew Robertson, può ricordare quello di tanti ragazzi, dapprima sedotti e in seguito abbandonati. Le premesse della sua parabola calcistica non erano così diverse. E, a un certo punto, nemmeno tanto incoraggianti.

Il ragazzo di Glasgow, a soli 9 anni, corona il suo sogno: giocare per la squadra del suo cuore, il Celtic. Un sogno che continua, anche nei primi anni dell’adolescenza. E giocare con il Celtic, la squadra più prestigiosa di Scozia, significa una sola cosa: tante aspettative, per un talento sempre sul punto di sbocciare.

Per questo motivo diventa difficile ripartire da zero. A Robertson accade all’età di 15 anni: le promesse vengono disattese e, così, il Celtic decide di svincolarlo. Una nuova opportunità gli viene offerta dal Queen’s Park, la più antica squadra di calcio scozzese: meno prestigio ma comunque grande fascino. Infatti, sono 10 le Coppe di Scozia del club, anche se l’ultima è datata 1893. Dal Celtic alla Third Division, l’equivalente della Serie D italiana.

A fare la differenza, come sempre, è la fame, abbinata alla giusta dose di talento. Robertson di fame ne ha tanta e, di restare ancorato ai bassifondi del calcio scozzese, non ne vuole proprio sapere. Così gli basta solo un anno tra i professionisti per attirare le attenzioni del Dundee United, in quella Premiership che il “suo” Celtic non gli aveva permesso di assaporare. Siamo nel 2013, ma la sfida di Andrew Robertson con se stesso è ancora all’inizio.

Con convinzione e caparbietà il terzino scozzese continua il suo percorso di crescita. Nel 2014 viene acquistato dall’Hull City, l’esperienza che segnerà la sua definitiva maturazione, nel bene e nel male. Sì, perché la sua avventura in Inghilterra comincia tra luci e ombre. I Tigers aprono la stagione con la speranza di una qualificazione in Europa League, svanita ai play-off per l’eliminazione con i belgi del Lokeren. E terminano in maniera addirittura peggiore, con un terzultimo posto in campionato e una clamorosa retrocessione in Championship. Un boccone amaro per Robertson, approdato in Inghilterra con ben altri auspici.

Ma, come accaduto spesso nella sua carriera, l’ex Celtic risorge ancora una volta nel momento più difficile. Merito forse della sua straordinaria lucidità, che lo accompagna in campo e fuori, e che lo convince a rimanere nella seconda serie inglese. Una scelta di cui Robertson parlerà in termini molto positivi: “Sono arrivato dalla Scozia con buoni basi difensive, ma la mia esperienza all’Hull City mi ha portato a un livello di gioco completamente nuovo. Credo che, tra tutte, la stagione più importante sia stata quella in Championship, durante la quale ho giocato oltre 50 partite e vinto il campionato da titolare”.

 Poco importa, poi, se la sua seconda stagione in Premier League sia coincisa con la seconda retrocessione. Una volta maturato il suo gioco, le prospettive di Robertson erano ben diverse da quelle dei compagni. Non è un caso che arrivi la chiamata del Liverpool alla quale, stavolta, è difficile dire no.

Il resto è storia recente. L’ultima gioia è la fascia da capitano della nazionale scozzese. Eppure, c’è ancora qualcuno che storce il naso vedendogli macinare chilometri sulla fascia sinistra del Liverpool. Proprio lui, che aveva appiccicata su di sé l’etichetta di loser: rinnegato dal Celtic ed eterno retrocesso con l’Hull City. Nulla da fare: la straordinaria carriera di Robertson continua per smentire tutti i suoi detrattori e calcare la scena internazionale ancora per molto tempo.

Salvatore Ergoli